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un blog di Tommaso Matano
13 novembre 2014
Cenere


Cenere - la prima web serie interamente per iscritto

http://cenerelaserie.wordpress.com



permalink | inviato da tommasomatano il 13/11/2014 alle 15:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
22 maggio 2012
Dall'altra parte





L’Osservatorio è vuoto. A quest’ora è sempre vuoto. Rimango solo io, all’ultimo piano, nella stanza dei telescopi. I primi spiragli dell’alba conquistano il mondo, ci dicono anche oggi, ancora un giorno di più, la metafora più antica di tutte, quella della luce che affronta la notte.

Osservo sempre l’inizio dei giorni. Lascio lo sguardo correre libero verso le colline. Quando arriva il sole lo richiamo indietro, e vado via. Attraverso la città, tutta intera, ne inspiro l’odore aurorale. Lei non si sveglia, quando rincaso. I bambini nemmeno. Mi soffermo nella loro stanza. La cinetica dei loro respiri mi insegna il rumore che fa la quiete. Ogni mattina in cui li osservo invecchio di qualche anno.


Il lavoro all’Osservatorio ha preso una piega frenetica. Ho scoperto un’alterazione di traiettoria di una cometa dovuta ad un’orbita appartenente a un corpo celeste che non risulta sulle mappe. A giudicare dall’entità della variazione, deve trattarsi di una massa abbastanza notevole: un pianeta. Lontanissimo.

Da allora, cerco di vederlo. Mi faccio guidare dai numeri, dalle coordinate. Il pianeta si sottrae allo sguardo. Ho sollecitato i miei colleghi, li ho invitati ad aiutarmi. Dopo aver consultato i calcoli e puntato i telescopi, hanno concluso che devo aver sbagliato dei passaggi, che quella cometa non ha mai alterato la sua traiettoria. Ho semplicemente commesso un errore.

Guardo le mie carte: lì c’è scritta la sua esistenza. Se confronto la mia grafia con quella del cielo mi accorgo che la traduzione non funziona. I numeri dicono qualcosa che l’universo tace. Cerco un pianeta che non c’è.


E’ stato così che ho sviluppato una sorta di fede, una fiducia cieca nel segreto celato dalla mia cecità. Lo spazio non mi aiuta. Ogni notte lo imploro e lo esploro, cercando di percorrerne dei perimetri che invento per circoscrivere l’assurdità della mia impresa.

Lo osservo e lo ascolto, ma lui non ha niente da dire.

Questa è stata la prima cosa che ho insegnato ai bambini quando sono venuti all’Osservatorio. Che la natura non è uno spettacolo messo in scena per il nostro gusto. Che non c’è plauso o approvazione che possiamo dare allo stare al mondo dell’universo, che bisogna arrendersi all’evidenza che ci sono cose che semplicemente sono, indipendentemente da noi.

I bambini rispondono con semplicità, dicono che il cielo è bello.

In realtà non ci piace il cielo, ci piace soltanto guardarlo.

 

I giorni trascorrono infruttuosi. Il Direttore dell’Osservatorio mi invita a desistere dalla mia missione. Gli chiedo se posso provarci ancora un po’, solo un altro mese. Sbuffa, poi dice che va bene. Per due settimane seguo di nuovo, scrupolosamente, i calcoli. Tento di orientarmi nell’enormità di uno spazio che non appartiene agli esseri che siamo, che ci sfugge per definizione.

Perdo la bussola sempre più spesso, e allora ricomincio. E’una fatica ingrata, un compito che svolgo sotto l’influsso di un automatismo che ogni giorno che passa diventa più ingiustificato e incomprensibile. A mia moglie, la sera in cui mi chiede perché non possa semplicemente rassegnarmi, rispondo che non lo so.

E’ assurdo, dice, sei intrappolato dentro un’idea solo tua, che non rispecchia la realtà. Ha ragione. Ne sono schiavo, ma non posso fare ameno di crederci.

C’è un pianeta che nessuno ha ancora scoperto. Lo so. Devo solo riuscire a vederlo.

 

L’ultima settimana decido di cambiare metodo, di servirmi diun’analogia. Punto il telescopio sulla città. E’ il tramonto, un grosso banco di nuvole intima ai passanti una minaccia di pioggia. Guardo la Cupola ergersi tra il Museo e la Torre. Non ho mai visto la città da quassù. Il Monte su cui poggia l’Osservatorio, quello lo ho osservato per anni, dalla finestra di casa. Ma la casa, dall’altra parte, mai.

Guardo le persone minuscole muoversi veloci. Stasera le mie stelle sono loro. Li osservo spostando il telescopio in fretta, per non perdermi alcun gesto, ma è impossibile, sono troppi, troppo veloci, troppo indaffarati a tenere quei gesti per sé, a non darli in pasto al mio occhio che divora veloce come una sinestesia ogni confine di senso, che descrive in un abbraccio corale lo stridore riottoso che fanno le vite degli altri, quando si prova a imprigionarle dentro una mappa.

Osservo quella costellazione di esseri vivi senza sapere cosa sto cercando, consapevole solo che guardarli da quassù cambia tutto, che la Città intera è adesso e solo ora un’altra città, non quella che vedo dal marciapiede, o dalla finestra di casa. In quella città sono stato sedotto da una gradinata, mi sono consacrato a una piazza, ho preso l’ombra sotto le foglie di un pesco conosciuto per caso nei giardini tra la Cattedrale e il Corso. Ho sbirciato tra le rughe della gente che corre avanti e indietro, l'ho fatto instancabilmente, perchè potevo muovermi, cambiare prospettiva.

La Città può essere guardata in molti modi diversi, almeno tanti quanti gli occhi che la attraversano. La osservo per sbieco, nel gelo di chi trascorre la notte all’addiaccio. La riguardo dal vetro opaco, blindato, di una finestra chiusa a proteggere il lusso di un appartamento bellissimo. Alla pupilla del telescopio si disvela questa assurda verità: la somma instabile di tutte le visioni che della città si possono avere, è la Città stessa.

Guardo i profili dei palazzi, la loro stanchezza monolitica, leggo il loro linguaggio silenzioso scritto nei movimenti delle finestre, le persiane aperte e quelle chiuse, le tende tirate. Trasformo le cose in simboli. Ai piedi degli immobili, salvati dal tempo dal loro infaticabile mutismo, dirompe incontenibile la frenesia. E allora capisco che non c’è mappa che tenga. Posso tracciare su un foglio la geometria delle strade, ma il telescopio non potrà che rendermi, di quel dinamismo che è il nostro vivere, la sfida della sua irrappresentabilità.

Stacco l’occhio dalla lente. Esco in strada, girovago senza un perché. Guardo il cielo da lì, da un incrocio in cui le luci esplodono e non si vede nulla, la volta celeste è solo un manto rossastro, indecifrabile.

Penso che il cielo sia come una città. Penso che l’esercizio del vedere vada svolto nello stesso modo, che ogni stella è un monumento e ogni asteroide una persona che cammina e ogni luna un bambino che trotta dietro a sua madre e che il rumore che fa l’infinito quando si ripiega su se stesso è uguale al suono muto della città in preda alla notte, quando si sente solo il ritmo dei propri passi. Penso che la città abbia imparato dal cielo come comportarsi. Che abbia appreso i riti grazie alle orbite e gli orgasmi attraverso le comete.

Penso che si possa guardare lo stesso cielo da mille angolazioni diverse per decidere, alla fine, di aver guardato ogni volta un cielo diverso.

Cerco un pianeta che non c’è. Quando mi chiedono perché, non so dare una vera risposta. Credo sia un vizio che condivido con la mia specie, una sorta di fissazione.

Credo mi piaccia guardare il cielo perché mi permette di non esserne sopraffatto.

 

Passano due anni. All’Osservatorio svolgo piccoli lavori, niente di importante, misurazioni di routine. Una sera vengono i bambini atrovarmi. Ormai non lavoro più con i telescopi, ma loro mi chiedono comunque di portarli nella grande sala delle osservazioni.

Saliamo le scale a due a due, loro sono emozionati. Io non entro più lì da molto tempo, da quando ho rinunciato alla mia ricerca. La sala è vuota, dentro non c’è nessuno.

Possiamo guardare?, chiedono.

Dico di sì, ma che stiano attenti a non muoverli, i telescopi sono calibrati su delle rotte.

Il più piccolo poggia l’occhio sulla montatura e resta in silenzio. Dopo un minuto salta sulla sedia, strilla che ha visto una stella cadente, che ha già espresso un desiderio. Il fratello maggiore dice che non ci crede, che non è vero.

Dammi qua, voglio vedere, gli fa.

No, è il mio telescopio, risponde l’altro.

Discutono, si spingono. Inavvertitamente danno un grosso colpo allo strumento, che si sposta.

Sbuffo, li separo, e gli dico di allontanarsi, devo riposizionare il telescopio.

Appoggio l’occhio sull’oculare. C’è una macchia azzurra sulla lente. E’ un corpo celeste. Un pianeta.

Prendo fiato. Controllo le coordinate.

E’ lui. Esiste. L’ho trovato.

-Cosa c’è papà?, chiede il più piccolo.

-Il pianeta, l’hai scoperto.

-Davvero?

-Sì. Esiste davvero. Guardate.

-Era il desiderio che ho espresso, dice il bambino. Scoprire un nuovo pianeta.

Fissano lo spazio attraverso il telescopio.

-Finalmente, papà! C’è l’abbiamo fatta.

-Ce l’abbiamo fatta, ripeto, assente, e in fondo non poteva che essere un colpo di fortuna a regalarmi il disegno della più grande coerenza.

-Che cos’è quella cosa blu?, mi domandano.

Osservo di nuovo quel mondo.

-Non so, non ho mai visto niente di simile. Ma vedete che in mezzo al blu ci sono delle macchie?

-Di che si tratta?

-Penso che siano città. Grosse città.

-Papà…

-Che c’è?

-Ora devi dargli un nome, a questo pianeta.

 

Il nome di quel mondo azzurro, lontanissimo, lo scelsi su due piedi, pensando che forse c’è qualcosa che viene prima del cielo.

 

La Terra.

 

 

20 dicembre 2011
La soluzione metafisica

Questo racconto è preceduto da un trailer, girato da Cristopher Nolan con il suo telefono cellulare.

Questo trailer è seguito da un racconto, piuttosto lungo e piuttosto privo di senso, quindi leggetelo solo se non avete niente di meglio da fare.

Troverete inframezzati, inoltre, supporti multimediali da due soldi: ciò renderà la lettura inutilmente farraginosa.


Per provare l’esperienza in 3D, è sufficiente stampare il racconto su comodi fogli A4.




 



«Supponiamo che ciascuno abbia una scatola in cui c'è qualcosa che noi chiamiamo 'coleottero'. Nessuno può guardare nella scatola dell'altro; e ognuno dice di sapere che cos'è un coleottero soltanto guardando il suo coleottero. Ma potrebbe ben darsi che ciascuno abbia nella sua scatola una cosa diversa. Si potrebbe addirittura immaginare che questa cosa mutasse continuamente. Ma supponiamo che la parola 'coleottero' avesse tuttavia un uso per queste persone! Allora non sarebbe quello della designazione di una cosa. La cosa contenuta nella scatola non fa parte in nessun caso del giuoco linguistico; nemmeno come un qualcosa: infatti la scatola potrebbe anche essere vuota.»

 

Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche.

 

Il 15 Settembre 2011 la stanza 146 della “Résidence Universitaire Citeaux”, 4 rue de Citeaux, mi viene assegnata per un colpo di fortuna.

Il 27 Gennaio 2009 il Corriere della Sera mette online un articolo sulla pericolosità del kebab per la salute umana. Un’equipe di esperti inglesi annuncia dati sconvolgenti. Su un vasto campione analizzato, un panino arriva addirittura a presentare 1990 calorie, il 346 per cento della razione quotidiana di grassi saturi e il 277 per cento della quantità giornaliera di sale.

Nell’ottobre del 2008 Tony Truante, un giovane cantante campano, parte per Parigi in cerca di fortuna.

E’ il 1892 quando su un giornale satirico di Monaco, il Fliegende Blätter, compare per la prima volta l’immagine dell’illusione ottica dell’anatra-coniglio. L’immagine, definita bistabile, o pluristabile, sarà in seguito pubblicata sul settimanale newyorkese Harper’s Weekly, prima di essere riprodotta dallo psicologo americano Joseph Jatrow nel 1900, in Fact and Fable in Psichology.

Nel 1953 escono per i tipi di Oxford le Philosophische Untersuchungen di Ludwig Wittgenstein.

Nel 1999, sotto lo pseudonimo di Luther Blissett, quattro scrittori genovesi, in seguito conosciuti come “Wu Ming” pubblicano il romanzo storico Q. Il prologo serrato, un trionfo paratattico, costringe un’intera generazione di aspiranti narratori a fare i conti con l’esigenza di una scrittura coatta.

Il 16 Dicembre 2011, a seguito di una tradizione ben consolidata, il comitato della residenza Citeaux organizza una festa. E’ un venerdì sera, fanno quattro gradi centigradi e il tempo è sereno. Non sono previste precipitazioni. Nell’euforia tipica dell’occasione, una donna resta uccisa.

Dopo qualche ora un tale viene visto uscire dal palazzo di corsa, ansimante e con le mani grondanti di sangue.

Quel tale ero io.

Questa è la mia storia.

 


 

LASOLUZIONEMETAFISICA

 


Parigi, 16 Dicembre 2011.




 


-Dove cazzo ho messo le chiavi?

-Qua?

-Ma qua dove?

-Qua?

-Ma chi ha parlato?

-Qua?

Mi giro e la vedo. E' una papera.

-Sai dove ho messo le chiavi?

-Quoi?

-Ah. Hai detto "quoi", avevo capito "qua".

-Quoi.

-Hai detto cosa?

-Ho detto quoi, cretino.

-Si, intendo, hai detto "cosa".

-Non posso leggere le virgolette.

-Bè, che fai qua?

-Quoi?

-O gesù, ci siamo capiti.

-Io ci vivo, qua.

-Ah, anch'io. Sei una papera erasmus?

-Una papera?

-Eh.

-Ma sarai te una papera. Io sono un'anatra.

-Ah, non ne avevo mai conosciuta una personalmente.

-Le tue chiavi?

-Trovate.

-Dov'erano?

-Qua.

-Mi fai il verso?

-Bè, io entro in casa. Non so, vuoi...posso offrirti qualcosa?

-E questa la chiami casa?

Nella stanza, la papera mi fa:

-Sono un'anatra.

L'anatra mi fa:

-Che schifo, ma che posto è questo?

-E' il mio residence per padri separati.

-Sembra un ospedale, diomio.

-Ma non hai visto che carini i poster e la carta che ho appeso ai muri?

-Vero, sembra un ospedale pediatrico.

Mi blocco. Questa battuta l'ho già sentita. L'ha fatta quel buontempone del mio amico Lele due mesi fa.

Qualcosa non torna. In effetti sono di fronte a un'anatra parlante.

-Anatra. Tu non  vivi davvero qui, vero?

-No, cretino. Io sono il tuo animale guida.

 

Parigi ha una di quelle sue serate no.

Esco dalla metro e il vento mi prende a schiaffi in faccia, facendomi ondeggiare a destra e sinistra. Ho preso il solito litro di birra tra le sette e le nove, l’orario magico in cui costa la metà, e adesso non resta che tornare nell'accogliente nido che mi sono costruito in questi tre mesi. Sono passate le nove da un quarto d'ora e il Dia e gli altri discount della zona hanno chiuso. Chez moi da mangiare c'è un'arancia del primo dopoguerra e uno spicchio d'aglio. Mi guardo intorno cercando qualcosa di commestibile e alla fine trovo solo un kebabbaro. Non lo assaggio, non credo sia commestibile il kebabbaro in sé, ma gli chiedo un panino. Mi domanda se ci voglio anche la salsa algerina. Benvenga, rispondo. Mi fai il pacchettino carino con la pita e le patatine, richiede i 5 euri che gli spettano e mi dice au revoir, monsieur. –Che bab!, gli dico, come a stupirmi e insieme a fare un complimento al suo lavoro d’artigiano, a gettare tra noi il ponte futile di un’intesa destinata a spezzarsi nell’indifferenza delle nostre vite distanti. Non raccoglie la battuta. In francese non funziona bene. Percorro boulevard Diderot con le mani in tasca e le tasche in mano. La residenza universitaria, questo mostruoso leviatano, olocausto architettonico eco ed ego-insostenibile, mi accoglie come sempre con il calore delle sue luci al neon, delle sue pareti giallo insanità, e del miracolo cromatico del pavimento plastificato celestino disage (che non è un francesismo). La tizia della 148, una ragazza alta, col volto scavato da una tristezza lontana, incrociata in corridoio decine di volte e sempre con un pigiama o una vestaglia addosso (e con un accenno di baffi che mi ricorda Martin Heidegger), mi guarda timorosa e io le dico

Bonsuar.

Lei mi risponde a mezza bocca.

Mi verrebbe voglia di metterle un coltello alla gola e dirle che è arrivato il momento di togliersi quel pigiama e rifarsi una vita.

Poi penso che magari le hanno perso la valigia, come mi ha suggerito una volta qualcuno. Desisto.

Mi affaccio in lavanderia per vedere se per caso c'è una lavatrice libera. Da un mese circa, ho un paio di tonnellate di panni radioattivi in un sacco di biancheria sporca che aspettano di essere stoccati in un sito sicuro. Nella laverie c'è talmente tanta gente che sembra un sit-in piedi. Cioè uno stand-up. Desisto.

Scivolo liminare nel silenzio blues del mio doppiopetto di Monoprix tenendomi a margine della sala ricreativa (esiste), dove è in corso un corso di salsa cubana. La tizia della 148 si scatena, sempre rigorosamente in pigiama. Si insinua sinuosa tra un paio di filippini dalle movenze ipnotiche. Desisto.

Salgo le scale passando accanto ad un ex-piano cottura in pensione, con gocce di sugo incrostate sulle pareti, roba da macelleria messicana (anche se non ci sono mai stato) (in una macelleria messicana). Arrivo davanti alla mia stanza. Cerco le chiavi.

-Dove cazzo ho messo le chiavi?

-Quoi?, mi domanda rispondendo un'anatra.

E così via.

 

Entrati nella stanza, l’anatra rischia di scivolare su uno straccio che tengo sotto al lavandino.

-Non puoi togliere questo coso?

-No, i tubi perdono.

-Uff, hai una sigaretta?, chiede d’un tratto la papera.

-Una sigaretta?

-Eh.

-Ho del tabacco, faccio economia.

-Non è vero. Fai filosofia. Io lo so.

-Intendo faccio economia con i soldi.

-E’ difficile fare economia senza soldi.

-Vuoi questo dannato tabacco o no?

-Sì, grazie.

Mi volto per prenderle un drummino (parola giovanile).

-Mi sono abbuffato di foie gras e devo digerire, aggiunge.

Mi giro inorridito di nuovo verso l’anatra.

-Che c’è?, chiede stupito un coniglio.

Della papera non c’è traccia. Mi guardo intorno confuso.

-Ehm…

-Allora questa sigaretta?

-Non sono certo di stare capendo.

-Quoi?

-L’anatra…cioè tu…

-Hai bevuto?

-Poco. C’era un’anatra un attimo fa, un’anatra parlante, bofonchio.

Il coniglio mi guarda come si guarda un bambino che non riesce a fare il ruttino.

-Come si guarda un bambino che non riesce a fare il ruttino?, mi chiede.

-Non so, mi sembrava una buona similitudine. Potresti spiegarmi cosa sta accadendo?

-Dove?

-Qui.

-A Parigi?

-In questa stanza.

-Ancora non hai capito?

-Chi sei, coniglio?

-Sono il tuo animale guida, cretino.

 

Bussano alla porta. Corro ad aprire, sperando di far entrare qualche risposta.

Fuori, nel corridoio, c’è un negro altissimo con degli occhiali da sole. Mi chiedo a cosa servano, visto che è notte.

-Bonsoir.

-Bonsoir.

Mi spiega che stasera c’è la festa della residenza universitaria, che non posso mancare, inizierà tra poco al piano terra, sarà una grande gioia per tutti. Mi lascia un volantino. Non me ne frega niente.

Chiedo al negro:

-Tu cosa vedi? Un coniglio o un’anatra?,  e indico il coniglio, che adesso è un’anatra.

-Io veramente non vedo niente.

-Cioè?

-Cioè non vedo proprio un cazzo con questi occhiali da sole.

-Ah.

Il negro si avvia verso il corridoio ma mi accorgo che l’anatra è uscita e lo sta seguendo.

-Canard!, la chiamo.

Il tipo si gira.

-Tu as dit quoi?

-Non, j’etais en train de parler avec…

-Tu m’as dit conard, ou pas? (conard = cretino, coglione)

-No, no, j’ai dit canard au canard. (canard = anatra)

-Canard?

-Papera, glielo spieghi per favore?

Il negro non vede, si guarda intorno. Si sta spazientendo.

Il coniglio mi sorride:

-Non c’è nessuna canard in questo corridoio.

Qualcuno spieghi a questo tizio cosa sta succedendo prima che mi faccia lo scalpo.

Arriva di fronte alla mia faccia, posso vedermi riflesso nei suoi occhiali.

Conto fino a due. Poi comincio a correre.

 

Entro nella camera e mi chiudo la porta alle spalle. Il tale inizia a bussare con insistenza.

Il coniglio ride beffardo.

A un tratto una voce, salvifica.

-Ci penso io.





E’ il gatto del poster che ho sopra al lavandino. E’ nero e fino ad un attimo fa è sempre stato fermo, in silenzio e di profilo. Ha un bel profilo.

Scende miagolando dalla parete e acquista una sua tridimensionalità. Si affaccia in corridoio e lo sento parlare col tipo incazzato.

Rientra in camera dopo poco, soddisfatto.

-Gli ho detto che hai preso delle droghe, non sai quello che dici. Ci siamo capiti, tra fratelli ci si intende.

-Ma non ho preso droghe, dico ad un gatto nero parlante vivificatosi un attimo prima dalla stampa di un disegno del 1894 di T. A. Steinlen.

Ora, il fatto è che in quel poster ci sono due gatti. L’altro è rosso e di un altro colore che non saprei descrivere con sufficiente forza iconica e quindi lo chiamerò semplicemente Rosso.

Rosso si sveglia sbadigliando.

-C’è qualcosa da mangiare?, chiede.

Salta giù leggero e felino.

-Non so, se volete posso fare uno spaghetto…

Nero sembra apprezzare la proposta, miagola che uno spaghetto non sarebbe male.

Mi volto verso il coniglio, che adesso è un’anatra.

-Io ho già mangiato, se mi dai quella dannata sigaretta me la fumo e vi lascio cenare in pace.

Le passo il tabacco, apro il frigo e mi ricordo che non ho nulla da mangiare. Prendo il kebab comprato poco prima.

-Ragatti, ho un kebab, se volete ce lo smezziamo.

Rosso fa lo schizzinoso.

-Io il kebab non lo digerisco.

-Eh, ho capito, c’è solo questo.

Intanto l’anatra prende tra le ali il volantino della festa e mi chiede se gli ho dato un’occhiata.

-No, è carino?

-Bè, ci sarà anche un concerto.

-Ah. Chi suona?

-Un cantante italiano.

-Italiano?

-Sì, napoletano.

-E come si chiama?

-Tony Truante.

-E chi è?

-Non so, ma nella tua libreria c’è una sua autobiografia non autorizzata.

-Una sua autobiografia? Non autorizzata? Nella mia libreria?

-Dai un’occhiata.

 

 

L’autobiografia non autorizzata di Tony Truante

 

 

Tony Truante nasce nel 1987 a Scisciano, in quell’angolo di case descritto tra l’incontro di due autostrade e l’orizzonte a forma di Vesuvio.

Suo padre di mestiere fa il pane, e forse non esiste un lavoro più onesto di questo. Sua madre sta alla casa, e gli insegna l’educazione. Tony è frumento, un giorno anche lui sarà pane.

Ma Tony non è farina, è semola. E’ grano duro.

La scuola non gli piace, a Tony. La musica, quella gli piace, a Tony.

 

-Ma chi l’ha scritta ‘sta biografia?

-Te l’ho detto, è un’autobiografia.

 

Un giorno gli regalano una bicicletta. E ‘sta cosa a Tony lo fa riflettere. Sono grande e ho una bici, dice. Ce la posso fare.

Così quando ha tredici anni, un venerdì, appena finita la scuola, Tony comincia a pedalare. Punta verso Roma.

C’è il fratello maggiore di un suo compagno di scuola, un tipo in gamba, che gli ha detto che a Roma si fanno i provini, che se hai talento ti prendono alla televisione.

Alla televisione, gli ha detto a Tony. E io il talento ce l’ho, ha detto Tony.

Ma a Roma neanche lo fanno esibire, a Tony. Sei piccolo, dovevi iscriverti, ma i tuoi genitori lo sanno che sei venuto fino a qui? Tutte ‘ste domande, a Tony. Ma io sono venuto fino a qui, in bicicletta, fatemi solo cantare, sentite se sono bravo. E invece niente.

Tony torna a Scisciano, e intanto il tempo passa. Sua mamma gli vuole bene, e lo sa che non è felice. Così Tony la scuola la lascia davvero, e va a vivere a Napoli. Lì comincia a fare tutti i lavori del mondo, mentre diventa un uomo.

Se vuoi essere un cantante devi sapere l’inglese, gli dice un amico suo a Tony. Ma l’inglese non è romantico. E allora che vuoi fare? Io voglio imparare il francese.

Mo’ s’è fissato, co’ sto francese, commenta la madre. E quello quando si fissa…

Tony Truante mette da parte i soldi, e arriva a Parigi nell’ottobre del 2008, ormai ha ventun anni.

E’ pane.

Ed è bravo. Maledettamente bravo.

 

-E’ pure modesto, ‘sto Tony.

 

Una sera Tony conosce un tizio, in un locale jazz, a Chatelet, che gli fa notare che si chiama come un aggettivo.

Ma che aggettivo, capo?, gli chiede Tony. Tonitruante, ragazzo. Eh, mo’ Tony Truante è un aggettivo? Avrai successo ragazzo, con questo nome avrai successo. Ma che dice, monsieur, scusi eh? Sai cantare, ragazzo? Eh, certo che so cantare.

E allora canta, Tony. Canta.

 

L’autobiografia non autorizzata (da nessuno) finisce così.

-Sai chi era quell’uomo?, mi domanda il coniglio.

-No.

-Jacques Loussier.

-Quel jazzista francese, quello del cd Play Bach che uscì con la Repubblica tanti anni fa?

-Quello.

-E come fa a conoscere una parola italiana come tonitruante?

-Devi smetterla con la logica. Intravedi una coerenza di fondo?

-Veramente no.

-Allora come spieghi questa musica che sentiamo, proprio ora?

-Quale musica?

-Questa. (aprire il link in un'altra scheda e continuare a leggere, magari a tempo)

 

 

Tony fa le scale,

 

Tony fa le scale,

 

Tony fa le scale,

 

Tony fa le scale,

 

Tony fa le scale,

 

T o n y    f  a     l  e    s  c  a  l  e.

 

-Da dove viene questa musica? Non capisco, è Bach?

-Dovresti smetterla con queste domande.

-Ma…

 

E intanto Tony sale,

e intanto Tony sale.

 

-Ma perché c’era quel libro sul mio scaffale?

-Questo ha un’importanza marginale.

 

E intanto Tony sale,

e intanto Tony sale.

 

-Tutto ciò non ha senso, sto parlando con un animale.

-E’ il bello di quest’esperienza, dovresti lasciarti andare.

 

E intanto Tony sale,

e intanto Tony sale.

 

-E’ inutile insistere col domandare, potresti spiegare? O almeno provare?

-Che vuoi che ti dica, intanto Tony sale, su, veloce per le scale, come in un pentagramma, a svolazzare, è multisensoriale, leggere e ascoltare, seguire e deragliare, gridare e poi stupirsi a sussurrare.

 

Bussano. Vado ad aprire. Lo riconosco dalla foto che ho visto in copertina.

-Tony Truante! Finalmente ci incontriamo. Ho appena letto un libro che parla di te.

 

L’anatra fa un cenno verso l’armadio. Dall’anta fuoriescono Jacques Loussier, André Arpino e Benoit Dunoyer de Segonzac, con un pianoforte, una batteria e un contrabbasso. Lei li ringrazia, loro salutano Tony

-Bonne chance, mec!, e se ne vanno, trascinandosi via gli strumenti.

-Potevano restare, dico a Tony.

-Ma avranno senz’altro da fare.

-E allora, perché sei qui, Tony?

-Bè, ho sentito parlare della tua stanza, e…avrei bisogno di un passaggio.

-Non ho capito.

-Questa è la 146, no?

-Sì.

-I gatti se ne sono già andati?

-Eh?

-I gatti se ne vanno quando capiscono che sta per iniziare un viaggio.

Mi guardo intorno, i gatti non ci sono più.

-Tony, non ti seguo.

Il cantante si rivolge all’anatra.

-Non gli hai spiegato?

-Lui continua a fare domande, a pretendere un senso in tutte le piccole cose.

-Prova a tenere lo sguardo fisso su un orizzonte più lontano, mi dice Tony.

-Ma…

-Ora dobbiamo ritrovare i gatti, sennò non possiamo partire: dev’essere tutto in ordine, com’era prima.

-Partire per dove?

-Ascolta. Sono venuto in questo résidence con la scusa del concerto solo per usare la tua stanza, quindi adesso, con calma, partiamo.

-Tony.

-Eh.

-Ma tu che cosa vedi, un’anatra o un coniglio?

Tony guarda il coniglio.

-Un’anatra, dice.

-Vabbè, lasciamo perdere.

Mi chino sotto al letto.

-Che stai facendo, mi chiede il coniglio.

-Cerco il Rosso e il Nero.

-Sotto al letto?

-Eh.

-Starà sulla libreria, no?

-Coniglio, mi prendi per il culo?

-Guarda tu stesso. Ecco qua.

Il coniglio prende un libro di Stendhal, lo scuote, e dalle pagine, come stelle alpine nascoste al tempo dall’imperturbabilità della parola scritta, scivolano fuori i due gatti.

Miagolando infastiditi tornano nel poster.

Tony Truante mi guarda.

-Dai, devo essere a Vilnius quattro mesi fa tra mezz’ora.

-Certo. No, no, ma ti capisco perfettamente.

L’anatra mi dice di prendere un bel respiro.

-Va tutto bene, le dico.

Mi fissa negli occhi, la sigaretta ancora accesa nel becco:

-Sei pronto per qualcosa di inimmaginabile, un viaggio ai confini dell'universo, la scoperta del cosmo tutto intero, l'esperienza più grandiosa mai provata, l'apoteosi di ogni emozione, la soluzione a qualunque quesito, l'incredibile e stupefacente ricerca del senso della vita, dell'universo e di tutto quanto?

-No.

-Vabbè. Allora aspettiamo.

-Ok.

-Me lo dici tu quando sei pronto?

-Sì, tranquilla. Ti faccio sapere io.

 

Così passa circa un quarto d’ora.

 

Quando dichiaro di essere pronto, per la gioia di Tony Truante, l’anatra si avvicina all’interruttore della luce al neon che troneggia centrale sul soffitto della mia stanza.

-No!, grido con tutto il fiato che ho in corpo, Non accendere quella luce ti prego, è orribile, sembra quella di un obitorio, ho comprato la lampada da Ikea apposta...

-Non l’hai mai accesa?

-No, mai.

-Ecco perché non ti sei accorto dei poteri di questa camera, allora.

-Cioè?

L’anatra clicca sull’interruttore, io mi copro gli occhi, impaurito.

Fotoni di neon si diffondono nei tredici metri quadri che mi circondano, trafiggono le pareti, soffocano ogni pensiero, intridono di riflessi mortiferi tutti gli anfratti dello spazio in cui rifulgono, spietati, onnivori, letali. Dopo un attimo la terra inizia a tremare, fortissimo. Guardo i muri oscillare, sembra che il mondo si stia ripiegando su se stesso, come un libro che si chiude. La stanza si comprime fino ad implodere. Mi manca il fiato. Chiudo gli occhi.

 

Per ogni libro che si chiude, un altro viene aperto.

 

La camera torna a dilatarsi, nel buio della luce ormai spenta. L’anatra accende la lampada di Ikea e all’improvviso eccoci di nuovo nella 146.

Sono confuso, disorientato, guardo fuori dalla finestra.

-Dove ci troviamo?

Tony Truante sorride. E allora capisco.

Siamo a Vilnius. Quattro mesi fa.

 


Vilnius, Luglio 2011.




 

Mentre il cantante si precipita fuori per sistemare le sue storie, mi rivolgo all’anatra, che adesso è un coniglio.

-Senti, io capisco che uno deve tenere lo sguardo sull’orizzonte…

-Eh.

-E che fare tutte domande sulle piccole cose è da sfigati…

-Eh.

-E toglie anche il gusto un po’ allusivo, elusivo e illusorio della narrazione…

-Eh.

-E questa in realtà è metafisica cioè una metastasi del qui ed ora, cioè un estasi della stasi cioè una metafora del fora, cioè un tropo…

-Eh?

-Un tropo.

-Ma sarai te, un tropo.

-Comunque. Io capisco tutto questo, però ora tu mi devi spiegare, con grande calma e lucidità, che cos’è questo posto.

-Quale?

-Questa stanza, la 146.

-Mmm.

-E’ una macchina del tempo?

-E' un dispositivo di viaggio transdimensionale nelle pieghe spaziotemporali di n possibili realtà.

-Ma te come la chiami?

-Io?

-Eh.

-La machina.

-La machina?

-Sì, è più comodo.

-Bè, certo.

-Tipo, me so’ scordato ‘na cosa in machina, ndo stanno le chiavi della machina, che dici annamo in machina, è più comodo.

-Ti hai mai dato problemi?

-Bè guarda a Parigi c'ho il problema del parcheggio. Per il resto no, va che è una meraviglia.

-Quindi cosa fa, questa machina?

-Costruisce mondi.

-Dimensioni parallele?

-Bè non parlerei di parallelismo, non c’è una gran geometria nello strutturarsi di un nuovo universo.

-Cioè?

-Cioè due dimensioni possono essere tangenti, secanti, perpendicolari, magari parallele, a loro non importa più di tanto.

-Questo vuol dire che la realtà di partenza non è andata perduta?

-No, no, è sempre dentro questa stanza.

-Dentro a questa stanza?

-Sì. Ogni viaggio produce una realtà nuova, ma quella vecchia resta saldamente custodita.

-Ma dove?

-Qui.

-Qui?

-Eh.

-Ma qui dove?

-Uff. Nel frigo, va bene?

-Nel frigo.

-Eh.

-Nel frigo?

-Sì, cristo, nel frigo. Tu dove lo conserveresti un universo? Nell’armadio, sotto al cuscino? No. Nel frigo, è ovvio, sennò va a male, si rovina, e poi tocca buttarlo.

-Quindi, nel frigo…

-Controlla.

Mi avvicino al frigo e lo apro. Un olezzo di camembert mi scuote il lobo piriforme e la corteccia entorinale mandando in tilt le sinapsi. Sul primo ripiano c’è una piccola scatola, di cartone. La prendo. Guardo dentro.

-Che vedi?, mi fa il coniglio.

Sto per iniziare a descrivere ma lui mi interrompe prima ancora di cominciare.

-Noi lo chiamiamo il Coleottero.

-Coleottero?

-Sì, è un lessico tecnico.

-Ah.

-Bisogna conservare il Coleottero altrimenti andrà perduto per sempre.

-Cioè la realtà, il mio presente, quello sarà…

-Polvere. In senso figurato ovviamente, in verità sarà nulla, neanche granelli.

-Ma qui dentro…Vorrei spiegargli l’assurda meraviglia di ciò che vedo lì dentro, ma il coniglio continua:

-Ti consiglio di rimettere il Coleottero in frigo, o finirà per rovinarsi.

Rimetto il Coleottero a posto.

-Io non capisco, coniglio, qui mi si parla di ontologie, mondi costruiti dal nulla, esseri che…

-Non parlarmi di essere, ti prego.

-Ho capito ma…

-Senti, conoscerai qualcuno che sarà in grado di spiegarti, ma prima…

La porta della stanza viene spalancata di colpo. Sulla soglia c’è Tony Truante, grondante sudore e ansimante.

-Dobbiamo andare, dice.

Stringe per mano una ragazza altissima, molto elegante, che trascina con sé un trolley.

Il Rosso e il Nero si voltano a guardarla.

-E’ ‘na fregna, commentano all’unisono.

La donna sembra non stare in equilibrio. Girovaga un po’ per i tredici metri quadri disponibili, poi si accascia a terra.

-Tony, ma chi è questa?

-Dovevo tornare a Vilnius per salvarla, è una storia lunga, l’ho conosciuta a Parigi, si chiama Puzna.

-Puzna?

-Sì. E’ un nome lituano.

-E’ lituana?

La tipa si guarda intorno, sembra ubriaca. Eppure ho la sensazione di averla già vista. All’improvviso si volta e mi fissa.

-Come sei mitopoetico…mi fa.

-Mitopoietico?, correggo.

Per tutta risposta mi vomita sul letto. Osservo inorridito il piumino sintetico comprato al cinese contorcersi dal dolore. Faccio un grosso respiro, raccolgo la calma.

L’anatra si avvicina.

-Stai calmo: tutto si sistemerà, starnazza (cioè l’anatra starnazza, non è che suggerisce a me di starnazzare).

-Cristo…, invoco.

Chiudiamo la porta a chiave. L’anatra mi dice di salutare Tony, stiamo per ripartire. Chiedo che ne sarà del cantante e del suo manichino (in Francia le modelle le chiamano così).

-Diventeranno un Coleottero, risponde lei.

Vilnius si staglia limpidamente oltre i vetri della mia finestra.

-Non possiamo fare una piccola sosta?, domando.

Tony mi guarda, negli occhi il terrore.

-Dobbiamo scappare, prima che arrivino.

Mi arrendo al dubbio. Chiudo le tende, lascio nascere il buio.

L’anatra preme sull’interruttore.

Nel tempo in cui la luce si accende, l’universo finisce e ricomincia subito dopo.



Todtnauberg in Baden, Foresta Nera, 8 Aprile 1926.




 

Raggi di luna filtrano incerti tra le fronde degli alberi, nella radura che si staglia fuori dalla finestra della stanza 146. Lascio che le pupille si abituino alle condizioni di luce. Provo a mettere

a fuoco.

-Siamo in un bosco?

-Metti Tony in frigo, mi dicono i gatti.

Raccolgo una piccola scatola di cartone che troneggia al centro della mia scrivania, ci sbircio dentro, mi faccio quattro risate, e la ripongo sul primo scaffale del frigorifero.

-Dove ci troviamo?, domando.

Il coniglio si avvicina zampettando.

-Volevi capire qualcosa, su questa faccenda delle realtà, dell’essere, del tempo.

-Eh.

Il coniglio fa un cenno verso la porta. In quell’istante sento bussare. Chiedo chi è, non ricevo risposte. Giro la chiave, apro la stanza. Una figura tarchiata fa il suo ingresso in silenzio, si guarda intorno, studia la camera con sguardo vivo, muovendo le labbra a tempo sotto i baffi, come a dare alla sua espressione la mimica tangibile dello sfrigolare del pensiero.

Lo fisso un istante con aria ebete prima di rendermi conto.

Lui si volta verso di me.

-Guten Abend, dice.

Stento ancora a crederci.

-Professore…

Di fronte a me c’è Martin Heidegger.

 

Si siede sul letto (ora non più sporco in quanto non più lo stesso letto) e mi guarda incuriosito.

Prendo fiato, gli chiedo:

-Che cosa sta succedendo?

Lui si alza in piedi. Fa un paio di giri su stesso, studia la stanza, poi lascia che il suo sguardo si perda nel buio della Foresta Nera. Sembra assente.

-Ho una casetta qui, non è male…

Faccio per interromperlo ma l’anatra mi fa segno di stare zitto.

-…ci si sveglia di buon ora, si passeggia nella foresta, al tramonto la luce nella radura rischiara le cose, le fa essere per quel che sono. Sono felice con Elfride, anche se ogni tanto, devo essere onesto, mi scasso un po’ le palle.

-…

-Il problema è un altro.

-…

-Il problema è che l’essenza di questo ente che è esserci in quanto essenzialmente tempo, l’esserci che è un non-ancora-essente-alla-fine e che si apre alla comprensione dell’essere-nel-mondo e che…

-Ahò.

-…nell’apertura alla decisione,  porta invece il se-Stesso nell'esser-presso l'utilizzabile prendente cura e lo sospinge nel con-essere avente cura degli altri…

-Martin…

-…l'assunzione dell'esser gettato è quindi possibile soltanto a patto che l'Esserci ad-veniente possa essere il suo proprio "come già sempre era", cioè il suo esser-stato…

-Martin…

-…l'uomo è l'ente che ha il suo senso - la sua luce - in sé stesso. Il senso dell'essere non è metafisico (semplicemente presente davanti a noi) ma originario: qualcosa che, essendo nostro, ci possiede. Questo qualcosa è la temporalità…

-MARTIN! T’ho chiesto che cosa sta succedendo.

-Sì, scusa. E’ che c’ho un sacco di pensieri per la testa.

-Dove ci troviamo? Come è possibile tutto questo?

 

 

La spiegazione chiarificatrice del professor Heidegger

 


-Visto che di solito vengo accusato di essere un po’ oscuro o di inventarmi le parole, o di stravolgere il senso comune o di giocare con le etimologie (che poi è la stampa che ce ricama sopra), stavolta tenterò un approccio più marcatamente icastico: ti racconterò una storia.

C’era una volta un bambino più bambino degli altri, che non aveva nessuna voglia di crescere. Quando gli chiedevano perché non si rassegnasse al fatto piuttosto comune, e tutto sommato inevitabile, di diventare un uomo, il bambino rispendeva che a lui quella storia proprio non andava giù. Io sto bene così, diceva. Perché devo fare una cosa che non ho nessuna voglia di fare? Viveva in una piccola stanza, dentro un grande palazzo, pieno di altri bambini.

Era un ospedale. Però pediatrico. Viveva lì perché soffriva di una malattia che nessun medico sapeva come trattare. I genitori l’avevano abbandonato, e sulla sua cartella c’era scritto semplicemente: “Il paziente continua a mostrare i sintomi di un male oscuro, non risponde a nessuna cura tradizionale”. La diagnosi alla fine fu: questo bambino è un coglionazzo.


-Un coglionazzo?

 

-Già. Si impegnarono con tutta la serietà del caso a curare il paziente, ma egli rimase sempre e inguaribilmente un essenzialmente-coglionazzo-essere-nel-mondo. Un Esserci a cazzo di cane.

Se devi Esserci, stacci come si deve, gli dicevano i vicini di stanza. Ma lui non si rassegnava. La gente diceva che quel bambino aveva occhi che ridevano sempre, ma non era vero. Solo, non era abituato alla tristezza. Un giorno quando era stanco che tutti gli chiedessero di fare il serio, decise di chiudersi dentro la camera, e non uscì mai più. Ogni tanto gli portavano dei libri. Leggeri, durante l’estate. Pile di libri durante l’inverno, per il freddo. Studiò tantissimo, la matematica, la religione, la filosofia, la letteratura. Gli sembrava che alla fine l’essenza di qualunque scienza, o arte, o tecnica, fosse la narrazione. Tutto è una narrazione, diceva a se stesso.

Bisogna solo lasciare che le storie ci rivelino il loro potenziale evocativo.

Divenne vecchio, ad un certo punto, il bambino. Ma era sempre il solito coglionazzo. Cresci, gli dicevano i medici, vedrai che guarirai. Il bambino non si rassegnò. Ho bisogno di più tempo, rispondeva.

Essere in Tempo. Questo era il problema. Un giorno, quando il tempo a sua disposizione era davvero quasi finito, gli venne in mente di conquistarselo.

Decise che la fisica lo aveva stancato, che non poteva vivere sempre ancorato alla noia della bivalenza, vero e falso, giusto e sbagliato, vita e morte. Decise che doveva andare oltre, cioè essere l’Oltre. Capii che se era tutto un problema di limite, di infinità e finitezza, allora tanto valeva divertirsi, su e giù nelle follie del pensiero, come avrebbe fatto qualunque coglionazzo. Bisognava smetterla di fare narrazioni, bisognava essere narrazioni. Consacrarsi ad una molteplicità di significati.

Essere-più-che-un-ente significava esser-ci-e-insieme-esser-vì-cioè-esser-lì-qui-ovunque-sempre.

Non temere più il confine. Essere il confine.

Qualcosa andò storto. Il bambino iniziò a viaggiare (cioè ad esperire) un numero indefinito di spazi-tempo, costruendo di volta in volta possibilità alternative, e accumulando nelle scatole i Coleotteri, un infinità di possibili realtà, di significati.

Finchè, siccome era un coglionazzo, una notte lasciò il frigo aperto. La mattina successiva tutti i Coleotteri erano andati a male. Preoccupato,  il bambino fece una sorta di miscuglio di ciò che era rimasto nelle scatole, per salvare almeno una realtà. Accadde allora che questo viaggio di senso in senso, nella molteplicità dei significati, questo ventaglio di bivi, di strade, di alternative, si riducesse ad un unico Coleottero. Così nacque l’ambiguità.

L’ultima verità che lo costitutiva era quella stessa bivalenza in cui si era divertito a giocare.

Era diventato, in base a come lo si volesse intendere, più-che-semplicemente-se-stesso.

Era due possibilità in unica realtà.

Era un’anatra. Ma anche un coniglio.

 

Martin Heidegger si interrompe.

-Sai cosa mi sconvolge?, gli domando.

-No.

-Neanch’io. Ormai non mi sconvolge più niente.

Ci voltiamo all’unisono verso il coniglio.

-Così la machina l’hai costruita tu.

-Sì.

-Ma perché condividere questa storia con tutti?

-Ma tutti chi?

-Il popolo della rete.

-I pesci?

-Anche.

-Io non sto condividendo niente con nessuno. Sei tu che sei finito in questa stanza. Sei tu che stai viaggiando avanti e indietro.

Il professore ci interrompe.

-Scusate, non è che ci sarebbe un bagno?

Faccio una faccia tipo “bè è un po’ complicato”.

E lui ne fa una tipo “come complicato, o c’è o non c’è”.

E allora io parlo e dico:

-Per andare al bagno in teoria dovresti uscire e andare a sinistra, poi dopo una decina di minuti prendi la 14 direzione Olympiades, cambi a Bercy con la 6 direzione Etoile, da lì sono solo tre fermate.

-E se mi perdo?

-Chiedi a qualcuno.

-Ma a chi.

-Chiedi alla polvere, ce n’è un sacco.

-Ah, dice Heidegger, e per la prima volta sul suo volto leggo la cifra dell’incomprensione.

L’anatra vorrebbe interrompermi per far notare che non c’è nessun bagno, visto che il bagno è nel corridoio e il corridoio è diventato una Foresta Nera. Ma io non le do il tempo di aprire il becco perché voglio farmi quattro risate con Martin Sotuttoio Heidegger.

-Professore ma lei l’ha davvero trascesa la staruffa dell’Esserci?

-Eh?

-CAZZO!

-Ma…

-No apparte gli scherzi, perché l’analitica esistenziale riposa in definitiva sul contributo di un’unica grande pensatrice.

-Chi?

-TUZZIA QUELLA PELATA.

-Non capisco, dice, e gli trema il baffo.

-Niente, Martì, sto a scherzà.

Dico all’anatra che voglio andarmene, che è ora di tornare alla realtà.

Quale?, mi domanda

-A Parigi.

-Sai cosa sta succedendo a Parigi in questo momento, sai perché siamo arrivati fino a qui?

-No.

-Credi che sia tutto casuale, che la stanza 146 ti sia stata assegnata per un calcolo indecifrabile di cause indipendenti e convergenti?

-Sì.

-Stai viaggiando avanti e indietro tra gli universi per un motivo.

-Quale?

-Hai bisogno di un aiuto, hai bisogno che qualcuno ti aiuti ad evitare che stanotte a Rue de Citeaux si consumi un omicidio.

-Eh?

-Hai bisogno che qualcuno ti aiuti ad interpretare ciò che accade.

-Cioè?

Heidegger non riesce a stare fermo, gli scappa da pisciare, ma dice comunque:

-Hai bisogno di fare un salto al Circolo.

-…

-Ce l’hai già la tessera?

-No, ma che tessera?

-Anatra dai che mi sto pisciando sotto, portiamolo al Circolo.

Il bambino che non voleva crescere, cioè il coniglio, che poi è un’anatra, che in teoria era il mio animale guida, chiude le tende e si avvicina all’interruttore.

Martin Heidegger mi guarda e dice:

-Adesso mi trasformerò in un Coleottero, è una cosa fichissima. Cioè sarebbe da scriverci sopra un racconto, un uomo che una mattina si sveglia ed è diventato un enorme coleottero. Fico no?

-Fico, Martin? Ma come parli?

-Cioè, è ‘na roba.

-Sì, guarda. Non c’ha pensato nessuno. Tze.

-Lo intitolerei “Die Verwandlung”, dice facendo un gesto sognante con la mano, tanto per darsi un tono.

Mentre ci prepariamo a partire provo a fare un salto su Wikipedia ma internet nel 1926 non funziona granchè. Chiedo al Rosso e al Nero un paio di date. Confermano la mia tesi.

-A bastardo, quel racconto è uscito già da undici anni.

-Che racconto?

L’anatra accende l’interruttore. Il bianco si dipana oltre la percettibilità, invade la cornea e il cristallino, impone al mondo la rivelazione di una rivoluzione.

E’ roba da catarsi. Roba da catarsi addosso.

Quando torna il buio guardo fuori dalla finestra ma non si distingue alcun contorno, è come se non ci fossero angoli, come se fosse tutto un unico lato.

-Dove…dove siamo?

-Siamo arrivati.

 


Il Circolo Ermeneutico, Agosto 2011.



 


 

Friedrich Schleiermacher ha l’aria di uno che sa quello che vuole, ha capelli grigi lasciati in disordine e ha anche un nome difficile da scrivere.

Wilhelm Dilthey si guarda intorno annoiato, alle orecchie porta delle cuffiette attaccate a un Ipod che deve provenire da qualche buco spaziotemporale non meglio identificato.

Hans Georg Gadamer gioca a freccette, forse ubriaco, e sembra anche piuttosto bravo.

Troneggiano tutti e tre fuori dalla mia finestra, in questo circolo del comprendere che è il pensiero, infinito e intangibile, disteso a perdita d’occhio intorno alla stanza 146.

-Il Circolo è una dimensione particolare, dove gli spazi e i tempi si sovrappongono, dice l’anatra.

Mi preoccupo di riporre Martin Heidegger, ormai Coleottero, in frigo.

-Un momento, un momento. Hai parlato di un omicidio a Rue de Citeaux, prima.

-E’ così. Avverrà stasera.

-E cosa c’entra il Circolo Ermeneutico con questa storia?

-C’è bisogno che tu impari ad interpretare quello che succede. Devi dare nomi alle cose.

-Io non ci sto capendo niente, papera.

-Bisogna che affini il tuo esercizio del comprendere.

-Ma come? E’ tutto sempre più confuso.

-Devi ascoltarti. Capire, ma non formulando teorie pregiudizievoli su questo o quell’altro. Basta con questa fissa del pontificare. Devi afferrare le situazioni insinuandoti al loro interno. Devi viverle, sporcarti le mani.

-Ma…

Bussano alla porta.

-Chi è adesso?

Vado ad aprire. Entra un tizio vestito di stracci con un aureola in testa, quasi calvo.

-E tu chi cazzo saresti?, gli domando.

Mi sorride.

-Illa nobis dicuntur per se nota, quorum cognitio nobis naturaliter inest, sicut patet de primis principiis.

Lo guardo meglio e capisco chi ho davanti.

-A san Tommà, nun ce provà. Lo sapemo tutti che sei de Latina.

Si guarda intorno imbarazzato.

-Vabbè stavo a fa ‘n po’ de scena. Senti, me serve ‘na mano.

-Da me?

-Non hai capito questi nun me fanno la tessera.

-Ma ce l’hai diciott’anni?

-Sì, ma dicono che io de ermeneutica nun ce capisco niente, nun me vonno fa entrà.

-A san Tommà che te devo dì. Io manco c’ho la tessera.

-Ah manco te? Certo a sto Circolo so’ proprio stronzi.

Mi giro verso l’anatra per sapere che cosa devo fare.

Il coniglio alza le orecchie come un uomo avrebbe alzato le spalle. Ritorno a parlare col Santo.

-Magari è perché c’hai l’aureola.

-Ma no, dice che ce sta pure er guardaroba, non è quello. E’ che…

All’improvviso abbassa la voce.

-E’ che sto co’ ‘n amico mio, Renato, che in pratica qualche anno fa’ l’hanno cacciato. Mo io volevo entrà al Circolo ma a lui non lo posso lascià fori.

-E’ chiaro, se è un amico.

-Solo che siccome sto co’ lui allora me fanno problemi, me dicono che nun me posso tesserà.

-Ma ‘sto Renato, no…

-Eh…

-Ma chi è?

-Aspè te lo chiamo.

San Tommaso d’Aquino si affaccia fuori dalla stanza.

-RENATOOO!, chiama.

Dopo poco arriva un tipo basso con dei baffetti inguardabili, al grido di:

-NO ALLA TESSERA! NO ALLA TESSERA!

Spalanco gli occhi e chiedo a San Tommaso:

-Lui sarebbe Renato?

-Eh.

Sulla soglia della camera c’è René Descartes.

-Piacere, dice tendendomi la mano e starnutendomi addosso.

Lo guardo sconvolto.

-Eh no, scusa è che sono stato in Svezia mi sono raffreddato, non mi sento tanto bene.

-No, non…

-A Stoccolma da Cristina, che roba. Mi fa un occhiolino.

-Sei er solito eretico, gli dice Tommaso de Latina.

A seguire, grasse risate.

-René ma perché sei stato escluso dal Circolo?

-Eh…una vecchia storia.

-Cioè?

-C’è stata una discussione, sul Cogito, mi prendevano in giro…

-Ti prendevano in giro?

-Sì, tutto il tempo, dalla mattina alla sera.

-Ma perché?

-Mi dicevano, “A genio, cogito ergo sum? E Sum ergo Cogito?”, io provavo a spiegare che le cose non stavano proprio così, che da gente del loro livello non mi sarei aspettato una critica tanto banale. In più credevo apprezzassero la circolarità dell’argomento.

-E invece?

-E invece continuavano a deridermi, perché volevano solo divertirsi. Così un giorno non ce l’ho fatta più e mi sono alzato, nella confusione, sai una cosa tira l’altra, qualcuno ha alzato le mani, un lancio di bicchieri, poi è spuntato un coltello…

-Oddio…

-Sì, insomma, nel casino, alla fine ho tagliato via un orecchio a Van Gogh.

-A Van Gogh?

-Eh.

-C’è pure Van Gogh al Circolo?

-Sì, sta tutto il giorno a rompe i coglioni.

-E adesso perché vuoi tornare lì?

-C’è il biliardino, le freccette. Si beve, ed è il circolo più in tra n universi possibili.

Tommaso mi fa con aria implorante:

-Devi aiutarci.

-Ma io cosa c’entro con tutto questo?

L’anatra resta in silenzio. Però intravedo un movimento repentino di Rosso, che esce dal poster e inizia a soffiare.

Descartes mi appoggia le mani sulle spalle, e mi guarda negli occhi:

-Ascolta. C’è un solo modo per tornare nel Circolo. Portare lì dentro l’unica cosa che manca.

-E cosa manca, René?

-La fregna.

-La fregna?

-La fregna.

-Ma non ho idea di come…

La presa di Descartes si fa più stretta. Improvvisamente diventa minaccioso.

-Dobbiamo rubarti qualcosa, mi dispiace.

In quell’istante, Tommaso d’Aquino si precipita sul frigorifero, Rosso gli salta addosso ma lui lo scansa con uno schiaffo. Apre lo sportello.

-In quale scatola è?

Cartesio tira fuori un coltello, me lo punta alla gola.

-In quale scatola si trova la lituana?

-Eh?

-C’è una modella lituana nel tuo frigorifero, la donna di Tony Truante, la inseguiamo da Vilnius.

-Ma cosa…

Il Nero salta vicino al Rosso, gli da una leccata sul pelo e si gira verso l’anatra:

-Fai qualcosa!

-Non posso fare niente, risponde il volatile.

Renato Descartes continua a tenermi il coltello alla gola e intima a San Tommaso di sbrigarsi a trovare la ragazza.

-Ci sono un sacco di Coleotteri...

-Putain! Sbrigati!

Intanto penso che devo riuscire a divincolarmi, e premere sull’interruttore, è la nostra unica possibilità.

-Fanculo, grida Tommaso, e inizia a rovesciare il contenuto delle scatole per terra.

Il coniglio sembra terrorizzato.

-Oh no, questo non dovevi farlo.

Tre diverse realtà spaziotemporali si spargono sul pavimento sporco della stanza 146.

-TROVA LA RAGAZZA!, grida Descartes.

I gatti scattano insieme addosso a San Tommaso, che cerca in quel grumo dimensionale il calco di quella che un tempo era una donna bellissima.

Descartes molla la presa, si china anche lui su quel coacervo di universi sparpagliato per terra.

Mi volto di scatto, tra il panico e il terrore, con un passo sono accanto all’interruttore.

L’anatra ordina ai gatti di rientrare nel poster.

-Dobbiamo tornare subito all’origine, subito, accendi la luce!

-Che ne sarà dei Coleotteri?, domando.

-Ci saranno effetti sulla realtà che abbiamo lasciato, visto che non ne rimane che quel grumo incongruo, ma dobbiamo tornare indietro, prima che l’incidente ci faccia rimanere bloccati…Accendi la luce, ORA!

Appoggio l’indice sull’interruttore.

La luce non si accende.

-Non funziona…non funziona cristo!

Ci riprovo.

-Perché non va?

Il coniglio sospira. Per la prima volta sembra turbato.

-E’ andata in corto. E’ colpa dell’incidente. Non c’è più una realtà dove tornare.

-E quindi?

-E’ finita.

-Come è finita?

Prende fiato e mi fissa, pupille contro pupille.

-Siamo bloccati qui. Per sempre.

 

 

Sproliloquio

 

 

Ma cosa significherebbe rimanere bloccati in questa irrealtà?

Perso nel nulla dimensionale in cui ho viaggiato alla ricerca di risposte a domande mai poste penso che il bello di una realtà alternativa è la sua subalternità rispetto alla realtà dominante, l’esotismo della fuga, l’umano esercizio di allontanarsi dalla riva fino a rischiare di affogare, o spingersi verso il sole fino a far squagliare le ali. Questo è il bello, e me lo ripeto come un mantra, da sempre, da quando ho imparato che la vita è un grande progetto fatto di caselle all’interno delle quali stanziarsi, vincere, e anche sbagliare, volendo, ma con la dolcezza di quell’errore che è nel dna di ogni essere umano: la meravigliosa sinonimia tra perfettibilità e fallibilità.

E posso fallire sempre meglio, nella mia realtà predominante, come un ottimo scolaro, e pretendere di sapere tutto di me, impormi che tutto sia stato già affettato dal coltello dell’analisi del mio conoscere. Posso conservare la capacità di stupirmi, essere un campione d’umanità nella voglia di sapere il mondo, ma difficilmente potrei ancora meravigliarmi di me stesso.

Eppure avverto, come sottotraccia, il peso insostenibile di una domanda. Una domanda che ignoro, che archivio come rumore di fondo. Il rumore di fondo è il frastuono elettrico che fa il cervello quando è acceso. Il rumore di fondo è quel fastidio che ci impedisce di concentrarci e percepire con cristallina chiarezza gli stimoli a cui vogliamo prestare attenzione. Quando la domanda sulla natura della realtà alternativa, si trasforma, da rumore di fondo, in motivo fondamentale, allora è lì che capisco che forse allontanarsi dalla riva tanto da affogare potrebbe significare scoprire, sotto le profondità di un mare in cui credevamo di morire, la meraviglia di un mondo diverso. Il pensiero però diventa angosciante, perché mi forza a una messa in discussione che non posso accettare, che manda in tilt ogni discorso, ogni idea, ogni certezza.

Perché il problema di vivere in una scatola è che per quanto possa essere grande è pur sempre una scatola. E ci vorrebbe un periscopio per riuscire a guardare oltre, e accorgersi che esistono altri miliardi di scatole.

 

Georges Claude, l’inventore della luce al neon, membro onorario del Circolo, entra nella stanza 146, e dice che forse può aiutarci.

Inizia a trafficare con la lampada, mentre io mi avvicino a René Descartes e Tommaso d’Aquino e intimo loro di andarsene immediatamente. Mi rivolgono uno sguardo pieno di follia al quale rispondo che hanno fatto già abbastanza danni.

Tommaso prende il coniglio e inizia a minacciarlo, mentre Cartesio urla che ha bisogno della modella lituana.

Raccolgo una baguette dalla mia scrivania, una baguette che sta lì da quattro giorni. La roteo in aria prima di lasciarla fendere contro i denti di Descartes in uno spruzzo di sangue purificatore.

Mai vista una baguette così dura. Il francese cade a terra urlando dal dolore, e io punto contro Tommaso d’Aquino.

-Lascia andare il coniglio.

-Veramente è un’anatra.

Stunc. Lo colpisco sulla tempia destra e quello si accascia come una giacca senza più stampelle.

Claude urla che ce l’ha fatta, che è riuscito a creare un contatto.

Raccolgo gli universi sparpagliati per terra, li metto tutti in unica scatola. Accendo la luce.

Torniamo a casa.

 

Parigi, Agosto 2011.

 

Nel buio di Rue de Citeaux chiedo all’anatra se siamo tornati.

-Siamo di nuovo a Parigi.

Mi guardo intorno. C’è qualcosa di diverso.

-Non è il presente.

-E’ agosto, tu non hai ancora preso possesso di questa stanza.

-Perché siamo arrivati qui?

-L’incidente è appena avvenuto, i Coleotteri si sono mescolati. Ora tutto quello che hai visto è diventato un’unica realtà.

-E l’omicidio? Quando sarà? Cosa dobbiamo fare?

-Ti ho fatto viaggiare nello spaziotempo per impedire che alcuni eventi si verificassero. Ma credo che non abbia funzionato. Ci siamo limitati a confermare la storia.

-Chi morirà?

-La ragazza della 148.

-Cosa possiamo fare per impedirlo?

-Dipende tutto da te.

-Perché?

-La ucciderai tu.

 

Il Rosso guarda il Nero,

-Chiama l’orchestra, dice. E’ arrivato il gran finale.

 

 

Gran Finale


Entra l'orchestra.  (aprire il link in un'altra scheda e continuare a leggere)

All’improvviso una musica si leva alta perdendosi negli angoli della stanza, risuonando in un’acustica innaturale, come all’interno di una cattedrale. Tamburi prepotenti impongono agli archi la puntualità della matematica.

Il coniglio si avvicina:

-Forse puoi ancora farcela, devi soltanto riuscire a sfuggire alla storia che è stata già scritta, devi sottrarti al finale che tutti si aspettano, ci vuole un colpo di scena, capisci?

La porta della stanza si spalanca. E’ la ragazza della 148.

-Ciao…dice, timida.

L’anatra continua:

-Tony Truante era venuto a Rue de Citeaux con la scusa del concerto, per aiutare la sua ragazza, Puzna. L’aveva conosciuta qui a Parigi, poco tempo fa. Se n’era innamorato subito. Ci si può innamorare di una debolezza, di una fragilità, di un carattere, di un paio di belle tette, di una ruga, ci si può innamorare di un atteggiamento, un’espressione, uno sguardo, una bocca, perfino di una clavicola, lui si era innamorato della sua intelligenza.

-DELLA SUA INTELLIGENZA?
-Sì. Ma lei aveva una tristezza lontana, nel volto. Non era sempre stata così.

-Cioè?

-La ragazza che hai davanti è Puzna, la modella lituana.

Lei si avvicina.

-Io abito qui accanto, sono appena arrivata. Volevo dirti che vado con alcuni amici al concerto di un cantante italiano…

-Un tempo era diversa, faceva una vita diversa. Qualcosa era cambiato, era successo tutto insieme, lei non sapeva perché. All’improvviso si era ritrovata senza le sue cose, senza il suo volto. Era successo oggi, capisci? Adesso. L’incidente nel Circolo ha avuto le sue ripercussioni sulla realtà originaria. Tony voleva tornare indietro nel tempo per cambiare il passato, per evitare che ciò che è successo succedesse. Cartesio e Tommaso erano già sulle sue tracce, così è iniziata la fuga. L’incidente ha mischiato gli universi. La sua valigia è andata persa, per questo indossa sempre una tuta. E quell’accenno di baffi…

-Sono i baffi di Heidegger?

-Proprio così, le scatole si sono mischiate.

-Ma perché dovrei ucciderla?

-Perché…

Puzna mi arriva di fronte. E’ più alta di me.

-Si chiama Tony Truante. Non vedo l’ora di conoscerlo, lui vive e suona qui a Parigi…

-Ehm, è successa una cosa un po’ complicata…

All’improvviso lei si intravede nel riflesso dello specchio.

-ODDIO. OMMIODDIO, COSA MI E’ SUCCESSO?

Il coniglio spiega

-E’ stato un incidente.

Lei si gira verso di lui:

-Che cosa significa?

-E’ troppo complesso.

-E’ colpa vostra se sono diventata così?

-No, cioè sì, cioè…

-E…la mia valigia, io ero venuta qui per chiederti se avevi visto la mia valigia, magari nel corridoio…

-Ehm…

-L’avete persa voi?

Silenzio assenso.

Puzna mi mette una mano alla gola. Inizia a stringere.

-No…lascia…

Negli occhi ha una rabbia lituana. Continua a strangolarmi. E’ dannatamente forte. Devo riuscire a distrarla.

-Guarda…dimmi…dimmi cosa vedi…un’anatra o un coniglio…

Lei non ascolta, vuole solo ammazzarmi.

-Aspetta…poi puoi anche…uccidermi…ma dimmi cosa vedi…

Si gira verso l’anatra.

-Vedo un coniglio.

-Perché…l’anatra-coniglio…è sia un coniglio che un’anatra…è come l’acqua tiepida nelle docce dello studentato…un attimo gelata…un attimo bollente… coniglioanatraconiglio … anatraconiglioanatra…

Mentre mi soffoca penso che potevo scegliere un modo di morire diverso.

-…coniglioanatraconiglio…

Per un attimo si interrompe, rapita, lascia la presa e mi pone la domanda delle domande.

-Ma questo che significa?

-Che ci sono delle docce di merda.

Colgo il fottutissimo attimo, mi divincolo affondandole una ginocchiata nella pancia, quella si china a libretto senza respiro, mi giro verso la scrivania, sollevo la baguette e gliela punto sotto al collo.

-Non fare stronzate, Puzna. E voi ragatti spegnete questa cazzo di musica.

Premo l’interruttore, torno al presente.

 


Parigi, 16 Dicembre 2011.






Mi guardo intorno confuso. Accanto a me ci sono Tony Truante e la sua ragazza, brutta come da quando la conosco. Sul tavolo c’è l’ultimo Coleottero, ma di questi insetti ne ho le palle piene, e lo butto direttamente nel secchio, tanto non ho ancora capito questa storia delle realtà parallele.

-Non ha funzionato, Tony. Puzna è rimasta uguale. Abbiamo confermato la storia, anzi l’abbiamo scritta noi.

Lei si volta verso di me.

-Dove ti ho già visto?

-Ci siamo incrociati in corridoio, un sacco di volte.

-No, ma ti ho visto da un’altra parte, ora che ci penso. Tu…un giorno, ad agosto, tu…

-Ascolta Puzna. E’ colpa nostra se sei diventata così.

-Tu mi hai ridotto in questo stato…mi ricordo, credevo di aver sognato tutto, credevo che fosse un mio delirio, e invece tu…

Tony le stringe le mani.

-Io ti amo comunque, Puzna. Anzi, io ti amo così.

Lei se ne frega. Un tempo faceva le sfilate, era un’altra vita.

Il Rosso fa notare che per una modella era comunque poco dignitoso vivere nella residenza di Rue de Citeaux.

-Per tutta la vita ho sognato di diventare una modella. Non sai cosa mi hai sottratto. Tu cosa vorresti essere da grande?, mi domanda, perentoria.

-Io? Boh, forse vorrei essere uno di quei riquadri a destra che stanno su Repubblica.it

-Eh?

-Sì, non mi dispiacerebbe essere cliccato.

-Comunque, io volevo essere quello che ero. E per colpa vostra guardate cosa sono diventata.

Tony bofonchia:

-Volevo solo aiutarti. Tu mi piaci per quello che sei. E poi prima eri sempre ubriaca.

-Fanculo, Tony.

Resto un attimo assorto. Indìco un bando per le ciance e dico all’anatra:

-Coniglio, scusa. Ora che ci penso: sei tu che mi hai portato al Circolo Ermeneutico. Se non fossimo andati lì la missione di Tony sarebbe riuscita, le scatole non si sarebbero mischiate. Perchè ci siamo andati?

Il coniglio mi fissa con aria di sufficienza.

-E’ stato divertente?

-Bè…sì.

-Per questo ti ci ho portato.

Puzna scatta in piedi, nervosa.

-E’ colpa tua, papera?

-Sono un’anatra, non una papera.

La afferra per il collo (è fissata con gli strangolamenti).

-Puzna, lasciala andare, non si può cambiare la storia.

La musica della festa arriva sempre più forte dalla sala ricreativa.

L’ex modella lituana stringe il collo dell’anatra, che adesso è un coniglio.

-Lo stai ammazzando, ora basta.

Anche Tony le dice di smetterla. Lei non si ferma.

-Puzna, ascolta, è inutile, non si poteva fare nient’altro.

Mi alzo in piedi.

-Ascolta, è meglio che lo lasci, davvero.

-Sì, eh?

L’anatra inizia a dare segni di agonia.

-Puzna, cristo, smettila.

-Vediamo chi è che la smetterà prima.

-Puzna!, la scuoto per le spalle, rompendo il suo equilibrio. Scivola su uno straccio che tengo sotto al lavandino perché i tubi perdono. Cade a terra. Sbatte la testa.

All’improvviso c’è un silenzio surreale. E’ il rumore che fanno gli eventi, quando d’un tratto accadono.

Tutto il resto è sangue.

 

L’anatra si avvicina, tossendo. Accanto lei c’è il coniglio. Sono finalmente due, e parlano voci distinte:

-Ora dovrai fuggire, ti sei piegato alla banalità della storia, dice il coniglio.

-Ma…

-Tu propendi per la soluzione fisica, vero?

-Io…

Interviene l’anatra:

-Sta a te scegliere. Puoi limitarti a mettere un punto a questa narrazione o abbracciare un’alternativa.

Ho le mani sporche di sangue, la voce mi trema.

-Ditemi solo cosa devo fare.

-Noi non siamo un bambino che non ha intenzione di crescere, né un’ illusione ottica, noi non siamo il tuo animale guida. Metti a fuoco.

-Io…

-Noi non esistiamo.

-Cosa devo…

-Puoi scomparire da questo luogo, con le mani sporche di sangue, e provare a rifarti una vita, dice il coniglio.

-Oppure puoi scegliere l’altra soluzione, aggiunge l’anatra.

-Quale?

-La soluzione metafisica.



***


 Apro gli occhi di scatto. Sono confuso, dove mi trovo? E soprattutto quando? Mi guardo intorno e riconosco la stanza 146. Mi è crollata la testa sul tavolo. Sento una puzza incredibile. E’ il cadavere di un kebab, appoggiato a cinque centimetri dal mio naso. Mi volto verso il poster dei gatti. Sono immobili. Vado alla porta, giro la chiave, mi affaccio nel corridoio. Sembra tutto in ordine. Poi la vedo. La ragazza della 148, in vestaglia, mi passa accanto. Sorride.

-On y va à la fête?

-Damme ‘n attimo, rispondo.

Rientro nella camera. Mi avvicino al kebab, lo studio. Dev’essere colpa sua. Deve esserci una qualche tossina dentro. E’ tutto in ordine. E’ tutto normale.

Si trattava di un sogno, una narrazione senza alcun senso. 

Ecco, sento il vociare dei filippini, la musica della festa. Che musica strana. La riconosco subito perché è inconfondibile. E’ la colonna sonora di Inception. Del trailer di Inception. Ma chi se la sente, a Rue de Citeaux? Spalanco le orecchie, la staffa grida al martelletto di tenersi pronto. Eppure il suono non sembra venire da fuori. Non sembra venire da un’altra stanza. Mi blocco.

La musica proviene dal frigorifero.

Lo apro. Sul primo ripiano c’è una scatola. La prendo, sbircio cosa contiene.

Dentro ci sono io, seduto alla scrivania di quella stessa stanza, di fronte al computer. Parlo da solo, mi lamento perché non ho IMovie HD e non riesco a far muovere i titoli del video che sto montando (è il trailer di un racconto che non si sa quando scriverò).

Sono confuso, faccio per rimettere il Coleottero in frigo ma mi cade, rovesciandosi per terra.

Sbuffo, alzo le spalle e me ne vado. Pulirò un’altra volta.

 

Questa storia mi ha letteralmente rotto le scatole.


8 agosto 2011
Nighthawks (Cortázariana)




E allora chi si curerà di te, del tuo sonno espiatore, chi veglierà la tua incoscienza, le tue deficienze, chi osserverà la tua espressione distesa, senza sintassi e punteggiature, chi decifrerà il movimento delle tue palpebre per leggerti nei sogni, chi sorveglierà il tuo essere silenzio, in riconciliazione col mondo, chi, come me, interpreterà il ruolo della più incrollabile certezza, chi ti salverà dalla tragedia della notte?
Ti osservo dormire, Arte. Traccio una bolla invisibile intorno alla tua fragilità, la metto al riparo dalla storia, da quel movimento dialettico che è l’accadere delle cose, io apro gli occhi quando tu li chiudi,amore mio, non ti lascio cadere nell’oblio della vulnerabilità. Imparo da tel’abbandono, l’adesione ad ogni rinuncia, il tuo pensare negativo, la poetica del non po(i)etare. Ogni notte in cui veglio il tuo sonno amo che tu non sia sveglio accanto a me, quel tuo essere assente nel presenziare, il disfacimento delle categorie che costruisci di giorno, ogni notte penso a questo mirabile esercizio di fallibilità che è l’essere umano, e tu che ne sei emblema mi insegni l’amore col respiro lieve di chi sogna, e io non dormo, Arte, perché non ne ho bisogno, in queste notti sono l’eternità che non riposa, e che partorisce amore per le tue mancanze, sono tempo allo stato puro, oltre la semplice e deprimente anaciclosi del ciclo circadiano, e mi innamoro di tutto ciò che non sei –in primo luogo non sei qui, accanto a me, non sei sveglio-, perché tutto ciò che non sei è ciò che potresti essere, o ciò che sarai, ti amo quando dormi perché sei pura possibilità.
La notte penso a questo incredibile punto di contatto tra potenzialità e nulla, e mentre tutto e niente si parlano provo a guardare oltrela tua espressione distesa, cerco di scavare con la mente laddove i sensi non possono arrivare, e provo a figurarmi in circolo nel tuo corpo la chimica, questa ordinata grammatica dei fatti, e ad ergerti a dizionario del mondo, tu che hai dentro di te tutte le lettere necessarie a scrivere la parola realtà, idrogeno, ossigeno, sodio, silenzio, potassio, tu che sei e contemporaneamente ancora non sei, indizionario del poter essere del mondo, tu che hai dentro di te tutte le parole necessarie a inventare la parola realtà, narratonio, paradoxeno, cerebresio, logos, ecco, ti amo in questo simulacro del non esserci che è il dormire, perché sei insieme tutto ciò che sarai al tuo risveglio e ciò che non sei in questo momento, e non posso permettere al mio pensare consequenziale di incagliarsi in queste violenze alla nostra povera badante, la logica, quindi mi limito ad osservarti, mentre tu dormi e non sai nulla di tutto il mio stupido elucubrare.
Ma quando io non sarò più al tuo fianco, Arte, chi ti farà vibrare nella tua essenza, chi aprirà gli occhi nel buio in cui la vista non conta, chi progetterà il tuo futuro, custodendo il presente e ignorando il passato, chi ti farà essere ciò che sei, cioè la tensione tra grido e sussurro,finito e infinito, essere e nulla, l’amplesso dei contrari, in una parola unuomo?

 

 

 

 

Quando apro gli occhi tu guardi altrove. Lo fai per non mettermi a disagio, sai che odio svegliarmi e sentire la prepotenza del tuo sguardo sul mio volto indifeso, la notte. Mentre riprendo coscienza guardo l’angolo descritto dalla stretta di mano fra il collo e la clavicola, e lascio che la geometria del tuo corpo mi spieghi perché valga la pena svegliarsi. Nel tuo polso piccolo, figlio di ossa lunghe, ci sono i polsi di tutte le donne del mondo. E nelle ciocche di capelli timide, nascoste sotto la nuca, e ancora nei lobi delle orecchie, e nelle unghie dei pollici, e nelle anche, perché tu, Haeletia, non sei un esemplare ma un prototipo, e quando io dormo so che veglia su di me una creatura che è tutte le creature. Potrei girare il mondo intero e finire per incontrare sempre un pezzo di te, in ogni sguardo, in ogni iride, in ogni seno, sempre la presuntuosa ostensione della tua presenza, saprei ritrovarti tra le vie di Bogotà e su un treno nel Sichuan, ma soprattutto intutti i porti di questa terra, porti puttane dei marinai, saprei saperti tra i marmi bianchi di Spalato, in un’alba grigia di Marsiglia, ti riconoscerei perché so che tu hai dei porti le stesse prerogative, in te gli uomini attraccano alla ricerca di un senso, per colmare la sete e la fame, per scoprire la terra e licenziarsi dal mare, per semplice redenzione, per dormire protetti dalle luci di un faro, per essere custoditi, posti gli uni accanto agli altri, uomini navi, fermi immobili su ciò che fermo non può stare mai, le onde.

Se viaggiassi, ti cercherei in ogni intersezione tra il maree la terra, ricercherei la tua firma in ogni approdo. Ma io non viaggio, Haeletia. E forse tu, dinamismo perfetto, ami proprio la mia stasi.

Perfino la notte resti sveglia a praticare l’implacabile entropia delle tue energie, mi studi nella mia inutile negatività. Tu, donna porto di un mare in tempesta, cerchi in me il segno di un riscatto, cerchi ciò che sarò, che farò, attendi il divenire, perché non puoi arrenderti all’evidenza che il mio è un semplice non essere, non fare. Non c’è eroismo in questa rinuncia. Non c’è fierezza e non c’è calcolo. Semplicemente, non conosco la meraviglia della ricerca. E so che tu esisti solo per insegnarmela, Haeletia, tu sei qui per istruirmi a cercare. Tu sei qui per dirmi che devo cercarti. Io non lo faccio, non ne concepisco il senso, non so qual è il metodo, la via attraverso cui si svolge la scepsi. Forse mi osservi tutta la notte, senza dormire mai -io non ti ho mai visto dormire, anche quando ci ho provato, mi sono sforzato in tutti i modi di farti addormentare restando sveglio, e non hai mai preso sonno, capisci quanto sia dolorosamente inaccettabile la mia fragilità, la nudità della quale mi vesto mentre dormo e tu sei cosciente, mi guardi nel buio?-, forse fai questo per capire chi sono davvero io, Arte che non sa ricercare.

Ricordi? Non ti ho cercata neanche la prima volta.

Tu eri in quel bar, seduta al bancone di legno, poggiavi entrambi i gomiti sul tavolo come volessi lanciarti in avanti, o alzarti, volevi restare libera di muoverti, per non sottrarti al culto del movimento cui hai consacrato la tua vita. Portavi un vestito rosso. Io ti ho vista, appena sei entrata, anche se in quel bar non c’erano porte, o almeno così sembrava. Sedevo dall’altra parte del bancone, ero lì da sempre. Mentre finivi un sandwich io bevevo caffè, e ti guardavo senza farmi vedere, lasciando che la traiettoria del mio sguardo si unisse alla coerenza dei parallelismi e delle perpendicolarità, perché c’era grande rigore in quel bar, il barista, vestito di bianco, parlava con un uomo che sedeva al tuo fianco, l’uomo con cui mi eri apparsa quella notte, quella notte in cui mi hai cercato, forse senza volerlo, e mi hai trovato, fermo in quel modo di vivere che avresti poi chiamato solitudine. Fuori non c’era nessuno perché niente poteva essere lasciato al caso, alle passeggiate incontrollabili di un cane o alle risate speranzose di una coppia, quella notte doveva essere immobile, in ottemperanza alla disciplina del nostro incontro. E dentro c’era una luce a cui non sapevo attribuire significato, tu non potevi guardarmi in faccia perché ero nascosto da un cappello, nella penombra, io davo le spalle alla vita, Haeletia, mi rifugiavo nella presunzione di poter restare per sempre lì, nell’indifferenza del mondo, finchè non eri arrivata tu, a imporre la scintillante necessità del tuo essere in quel bar, per me e per tutti noi uomini di spalle. Io avevo costruito un affresco immobile, studiato in ogni dettaglio, questa era la mia esistenza, una sequenza di fotografie, di attimi fermi, e il tuo arrivo nell’inarrivabile realtà di un luogo senza porte era testimonianza di magia, della rottura del mio equilibrio, l’evidenza che avresti frantumato ogni tipo di armonia dell’immobilità per suggellare un patto con la velocità, per costruire insieme a me la dinamica irresistibile di un vestito rosso che strappa un falco della notte alla sua ombrosa –così l’avresti chiamata- solitudine. E tutti quegli sgabelli vuoti, accanto a me, Haeletia? Eri lì per me, non per quell’uomo dal volto spigoloso illuminato dalla luce, non per il barista, traghettatore di anime sul fiume della notte, eri lì, regina della veglia, dissipatrice di tenebre, per me, non per gli altri sgabelli, per le possibilità indefinite di altri uomini di spalle, eri punto d’attracco per il mio immobile scafo, porto pronto ad accogliermi. Eppure, seduta a quel bancone, ti sei dovuta fermare, perfino tu, anche se solo per un momento, solo il tempo necessario a tracciare qualche pennellata, solo l’istante che serviva a trasformare il tuo accadere in evento, il tempo indispensabile a tradurti in linguaggio, in storia, in Arte. Ecco perché mi cercasti. Ti servivo a questo, a diventare narrazione, qualcosa che non semplicemente succede, ma è successo. Qualcosa che si può dire, sentire, guardare.

Ci siamo conosciuti in un quadro, Haeletia. In quel quadro tu sedevi irrequieta e io ti guardavo con grande pudore, e questi eravamo io e te.

I quadri non dicono mai come va a finire la storia. C’era una porta in quel bar. E da quel bar siamo usciti insieme. Ti cingevo alla vita, e il mondo di fuori all’improvviso scorreva velocissimo, modulato sulla cinetica dei tuoi respiri. E io che non sapevo ancora respirare in quel modo pian piano imparavo a tenere il ritmo, a trasformarmi da falco in colibrì. Albeggiava.

Quel giorno non sapevo ancora che la notte era il tuo vestito preferito, perché non dormivi mai.

Così mi sono innamorato di una donna che nonconosceva i sogni.


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23 gennaio 2011
La testa delle donne
Uno stralcio da una cosa che sto scrivendo.
Visto che ultimamente si parla solo del corpo, delle donne...






Ci sdraiamo su quella scalinata fissando il cielo inquinato di luci sopra le nostre teste.

-Che faremo, Fede?

-Quello che ci pare più giusto, Siepe. Senti, quando saremo maggiorenni dobbiamo fare un viaggio.

-Cioè?

-Il giro del mondo.

-In ottanta giorni?

-Bè, quanti ne abbiamo. Comincia a mettere da parte i soldi, c’è un biglietto aereo con sette tappe che attraversa tutto il mappamondo, e noi prenderemo quel volo.

-Mi basterebbe anche una settimana all’Elba, a dire la verità.

-Certo anche a me, ma uno ogni tanto deve aprire il cassetto e metterci dentro un sogno.

-Io non credo che metterò un sogno nel cassetto, Fede.

-Perché no?

-Perché poi è uno stress, lo devi tirare fuori almeno tre volte al giorno, sennò quello finisce per soffocare.

-Ma vuoi mettere la soddisfazione, quando lo realizzi?

-E se non lo realizzi?

-Tu devi smetterla di vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto.

-Io veramente non vedo nessun bicchiere.

-Peggio.

-Non è che voglio sempre pensare alle cose che conosco come certe, però…

-Mi sembra di sentire una donna, Siepe.

-Che intendi?

-Ragioni come una donna. La donna progetta, l’uomo sogna.

-Ma che stai dicendo, e poi tu che ne sai?

-Per me c’è una differenza fondamentale tra l’intelligenza maschile e quella femminile.

-Gli omosessuali in quale categoria vanno?

-Non prendermi per il culo, Siepe, io sono serio. Penso che gli uomini abbiano una maggior confidenza con lo spazio, e le donne col tempo. L’uomo con la geografia e l’orientamento ha un rapporto privilegiato. Le donne non ci capiscono niente di questa roba.


In quell’istante mi viene in mente mia sorella al volante, dove devo andare? Gira a destra, dove di qua? Ho detto destra, la destra è quella, ma sei sicuro? Eh sì, dobbiamo uscire a Roma est, hai presente? Ma che ne so, c’ho il navigatore, ma dove siamo?


Fede insiste:

-Delle donne è il tempo, cioè lo spazio interiore. In fondo questa specificità risale all’invenzione dell’agricoltura. Gli uomini andavano a cacciare, si muovevano, erano nomadi; le donne restavano a badare alla tana, e così si sono accorte che buttando i semi per terra nascevano le piante. Le donne ci hanno insegnato la stanzialità, non hanno mai avuto confidenza con lo spazio. Hai mai conosciuto una bambina fissata con le capitali? Loro sanno il tempo, lo sentono come proprio, secondo me perchè il loro tempo biologico è molto più marcato del nostro. C’è un momento in cui iniziano ad avere il ciclo mestruale e un momento in cui smettono di essere fertili: hanno un timer, dentro, per tutta la vita. Questo è il motivo per cui hanno sviluppato un esercizio incredibile di introspezione. Non sto dicendo che le donne sono emotive e gli uomini razionali, Siepe, fai attenzione. Le donne sono le madri, hanno in sé l’origine, e dunque del sé fanno una terra che conoscono come nessun esploratore, nessun avventuriero, nessun esperto di geografia potrebbe mai. Le donne non hanno bisogno di nessun dispositivo esterno per alienare e dunque riconoscere come propria la loro coscienza. Noi dobbiamo parlare col nostro profondo ogni tanto, dobbiamo farlo vivere. Così ci mettiamo a dipingere, a scrivere, a costruire grandi sistemi di leggi, ci arrendiamo alla ricerca strenua di una causalità che renda tutto immediatamente chiaro, e a loro non serve nulla di tutto questo, perché hanno una predisposizione innata ad amare un tipo diverso di completezza. Non la fisica o la biologia, non il perché del mondo, a loro non serve. I perché sono nell’essere se stesse che hanno imparato a coltivare come quelle piantine che crescevano miracolosamente dalla terra. Sarà stato un ominide con la barba a spiegare a sua moglie che l’arbusto nasceva perché il seme innaffiato nella terra crea la vita, alla signora Sapiens non importava un fico secco. Lei avrebbe continuato per anni a dare da mangiare ai suoi figli in quel modo incredibilmente sicuro ed economico, mentre il poveruomo lanciava sassi contro un cinghiale. Poi l’ominide avrà fatto i suoi calcoli, trasformando il seme miracoloso in un campo da arare. Ma il miracolo, Siepe, si deve a una completezza che le donne hanno in sé, e che gli uomini non possono mai sperimentare.

-Mi sembra che tu stia un po’ generalizzando, Fede.

-Certo, non parlo di tutti. Sto dicendo che come genere biologico, come specie, hanno questa tendenza.

Qualche tempo fa ho letto un articolo che diceva che guardando un quadro impressionista si sarebbe potuto ipotizzare tutto, tranne che l’autore fosse un barbuto signore francese. Pensa a Impression, soleil levant, quando lo vedi la prima volta ti immagini una francesina carina con il pennello stretto tra le dita delicatamente, con la sua sensibilità tutta femminile che tratteggia piano i colori pastello dell’alba sul porto di Le Havre, e invece? Quell’omone di Monet. Perché la signorina non aveva tempo da perdere per completarsi. L’arte, Siepe, è un modo che abbiamo per sentirci meglio, per darci un senso.

Le donne il senso ce l’hanno già. Nel loro inconscio loro lo sentono, non lo conoscono magari, ma lo sentono.

-Fede, è solo che le donne non hanno mai avuto le stesse possibilità degli uomini.

-Ma anche quando potevano non hanno voluto. La donna ha un milione di passioni, di interessi, ma sceglie di non trasformarli nell’interezza della sua vita, perché la sua vita è già altro: lei non deve aiutarsi per essere spirituale, lo è già di suo. La donna sta meglio dell’uomo quando è avvolta dal silenzio, non prova quel disagio tutto maschile di restare da soli coi propri pensieri.

Vedi, è l’uomo che muore nell’eroico e disperato tentativo di oltrepassare le colonne d’Ercole.

Ma è la sua donna a tenere in mano le sorti della civiltà, tessendole e disfacendole come una tela.

 

-Fede, ma che t’è successo?

-Non lo so, Siepe, è un po’ che ci penso. L’eroe è uomo, ma la divinità è donna.

-Forse la vedi così perché sei frocio

-Io non ho alcun problema con la mia identità sessuale.

-Magari tu ti senti un super incrocio tra Ulisse e Penelope…

-Bè, senti, secondo me le cose stanno così, e anche secondo Luciano.

-Luciano sarebbe la tua donna, no? E’ per questo che ne sai tante sull’altro sesso…

-Vaffanculo, Siepe.

Mentre mi alzo dalle scalette, sgranchendomi la schiena, mi giro verso il mio amico. La notte estiva è alta, enormemente lontana sopra di noi, e io intanto penso a quel viaggio, a quel giro del mondo che un giorno faremo, a quel bicchiere che vedrò mezzo pieno, a quelle donne che imparerò a conoscere, a quelle cose che realizzerò, a quella persona che sarò, a quelle possibilità che attuerò, e a quei sogni che tirerò fuori dal cassetto, uno dopo l’altro, finchè non sarò già abbastanza vecchio da ritenermi soddisfatto, per concedermi finalmente, ma solo come ultimo gesto, la stanchezza.

-Buonanotte, Fede. Mi piace sempre cazzeggiare con te.



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permalink | inviato da tommasomatano il 23/1/2011 alle 22:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
5 ottobre 2010
Moonlight Sonata

 

http://www.youtube.com/watch?v=nT7_IZPHHb0


La senti questa musica?

Dimmi solo che riesci a sentirla. Solo questo, per me sarà abbastanza. Balliamo. Io e te.

Stringimi forte. Non avrai più freddo, te lo giuro.

Ricordi, la nostra prima volta? Eravamo io e te, nel bosco. Stavamo stretti in quella macchina, vicini, come adesso, e io potevo sentire il tuo fiato caldo e tu il mio, e non puoi negare quanto fosse dannatamente piacevole quel suono regolare, il mio respiro che si univa col tuo, amplesso etereo e dolcissimo, e sentivo il tuo amore per me crescere, grandissimo, nelle tue mani grandi e forti, nelle braccia tese, nella furia che avevi negli occhi, chiari come la luna. Ricordi, la melodia che canticchiavi, sussurrandola appena? Io so quanto ti piaceva, so che pensavi a me, mentre la cantavi, amore mio, e ora non ti lascerò andare senza prima aver ballato con te, in questa notte senza nuvole, fatta di stelle e ricordi. Stringimi di più, non avrai freddo, ci siamo solo noi in questa stanza gigante, questo universo solo nostro, la sfera intoccabile e perfetta del nostro amore grandissimo, vieni e ti scalderò. Baciami. E poi balliamo. Quante volte abbiamo guardato la luna insieme? In città, e fuori, nella campagna spazzata dal vento. Tu eri stretto nel tuo giaccone, sudavi, e io ti stavo accanto, sempre, perché mi volevi tutta per te. E io ero lì solo perché tu potessi guardarmi, e sorridermi, e dirmi che ero bella, perché mi amavi, mi hai sempre amata in modo selvaggio, vagamente animale, e questo non potevo negarmelo, e forse proprio la tua foga non mi ha mai messo in fuga, proprio quella maniera asimmetrica, esplicita e sgrammaticata che avevi di farmi sentire speciale, quella tua bruta istintualità: la crudezza dislessica delle tue parole, il gorgoglio soffocato della gioia, l’euforia, il candore e la violenza con cui rivendicavi la tua primitività. Io ho amato tutto di te. La barba rasata e lo sguardo lontano. Le unghie sporche, i capelli indomabili, grigi, e i denti così belli e regolari, un regalo della natura di cui non ti saresti mai servito. Ho amato il sorriso nervoso e il volto disteso che avevi dopo aver fatto l’amore. Ho amato la tua riservatezza, e l’impudica impudente imprudenza con cui mi cercavi, notte dopo notte, chiamandomi a gran voce come solo tu sapevi fare. Ho amato la pancia che fuoriusciva dalla cintura, la tua statura minuta e le mani grandi, che ti servivano per stringere il mondo, e tenerlo in un solo pugno. Ho amato il tuo pianoforte. Io ti ascoltavo suonare, anche quando ero lontana. Lasciavi la finestra aperta, e permettevi al vento di entrare, prima timidamente, poi sempre più forte, e volavano via i fogli degli spartiti, vorticando nel gelo della stanza, le note e l’inverno insieme, in un unico abbraccio corale, ma a te non interessava, a te non poteva interessare, perché la musica era dentro di te, e così la suonavi, al chiaro di luna, con la calma di un pescatore immobile in ascolto del mare. Non tremare, ci sono io, qui con te. Tu resterai sempre con me. Te lo prometto. Una notte pioveva, ricordi? Non si vedeva niente, il cielo era nero, coperto dalle nubi. E allora tu mi cercasti con maggiore ostinazione del solito, perché sapevi che certe volte io non potevo esserci, per te, ma quella notte tu mi volevi, a tutti costi, e così chiedesti di me in giro, dappertutto. Finchè quell’uomo, quell’orrendo, terribile, malvagio coacervo di carne ed ossa, ti disse che era inutile, che non ci saremmo mai più rivisti. Ma tu non potevi credergli, vero, amore mio? Io non ero andata via, ti stavo solo aspettando. Mi hai chiamato e anche quella notte sono giunta, ricordi il nostro bacio? Ogni volta era come se ci fossimo appena conosciuti. Io ho amato il brivido che ti causava la mia sola presenza, quell’eccitazione malcelata, germinale nel tremito delle palpebre ed esplosiva nel vibrare degli arti, ho amato quel brivido di amore che ti causavo, perché io ho amato, ho sempre amato, tutto ciò che hai fatto per me, la tua arte, e proprio ora, mentre balliamo in questa grande stanza vuota e tu non devi guardare al passato, alla vita trascorsa, perché potrà solo farti del male, ora io so che questo è il momento più bello della tua vita. La musica non è ancora finita. Balliamo.

Quell’uomo, ricordi com’era fatto? Era un tipo alto, portava un impermeabile, e tu lo hai seguito per interi minuti, sperando che potesse portarti da me. Pioveva forte, ma tu sapevi che lui avrebbe potuto aiutarti a trovarmi, come avevi fatto tutte le altre notti, anche se di solito c’era la luna splendente, e la notte chiara, e allora lo avevi seguito, passo dopo passo, ricordi? Avevi seguito quell’uomo finchè non si era infilato in un vicolo, un vicolo buio, buio come l’ultimo buco del mondo, buio come la dimenticanza, come l’orrore, avevi seguito quell’uomo in quel vicolo e poi con la grazia e la dolcezza di un pianista, del pianista che sei, quando ti siedi al chiaro di luna, avevi lasciato che le tue dita e la tua lama accarezzassero quell’uomo, quel tipo alto con l’impermeabile che non voleva che ti unissi a me, voleva negarti questo diritto fondamentale, e allora –tu non potevi non sapere- pur di avermi, pur di toccarmi, pur di sentirmi ancora una volta tua avevi fatto uno scatto, e poi un balzo in avanti, in quel vicolo buio, dove non c’era il chiarore della luna a difenderti, e a quel punto eri andato Adagio ma sostenuto, Allegretto e Presto agitato, mio dio, ti erano bastati tre movimenti. L’avevi ucciso con la grazia di una sonata, prima con delicatezza, sfiorandogli la giugulare, poi con la tranquillità canonica di un colpo nello stomaco, e allora, solo alla fine, Forte, Fortissimo, quel terzo colpo violento nel polmone, per cercare di intagliare il tuo amore per me nel suo cuore, e a quel punto, mentre la folla applaudiva il mio concertista e la vita di quell’uomo scivolava via inutile nella catarsi del sangue, il sangue che io amo, a quel punto, come sempre, ero arrivata, e ci eravamo amati, come la prima volta nella macchina, mentre fissavi inorridito ed euforico, appagato, per la prima volta felice, quei due cadaveri appoggiati sui sedili posteriori, i tuoi primi capolavori, e come tutte le altre volte in cui c’era il chiaro di luna, a dare un senso alla notte, e ci siamo amati, ad ogni tua sonata, sinfonia, concerto. Per questo, per tutto quello che hai fatto per me, misera e sola, non devi ascoltare le voci di chi implora giustizia, perché essi non sanno, amore mio, che non è giustizia l’iniezione letale che in questo preciso istante ti stanno infliggendo, dritta attraverso le vene. Tu puoi vedere il veleno volare nel sangue veloce, come le tue mani farfalla danzavano sulla tastiera, perché non potevi non sapere che quell’uomo nel vicolo non era un derelitto qualunque ma era tuo padre, il vecchio bastardo che aveva preteso da te il successo e che ti aveva costretto all’infelicità. Mentre lo uccidevi, carne contro carne, avevi visto il suo sguardo perso nel vuoto, e non potevi non riconoscerlo, anche con quel buio, anche se potevi non sentirne la voce, o distinguere il rumore dei suoi passi: era finita, i critici ti avrebbero distrutto, non comprendendo il tuo genio, ti avrebbero arrestato e condannato per tutte le volte che eravamo stati insieme, io e te, tutte le volte che mi avevi chiamato, tutte le tue impeccabili esecuzioni, tutti gli omicidi bellissimi che avevi commesso. Voglio che tu faccia una cosa, ora, mentre ti ammazzano nella speranza che prenderti con me abbia un senso, e non sanno che io non so neanche cosa sia, il senso, perché è una cosa inutilmente e dannatamente umana, -la Morte conosce un senso? E la Musica?- lascia che queste note ci accompagnino verso la fine, amore mio, balla con me mentre il veleno ti finisce, e non appena sarà in tutto il corpo, ti avrà intriso le membra e reso l’aria irrespirabile, allora io e te saremo una cosa sola, come hai sempre voluto, quando mi evocavi con la tua sonata al chiaro di luna, perché il passato non conta più niente, e non devi aver paura, io ti amo, e così finalmente, davvero, per la prima volta, io e te staremo insieme, la senti questa musica?, e quelle voci?, e l’assurdità dolcissima e grandiosa di ciò che hai fatto, il colore sconvolgente della tua arte, lo senti?, ora è più forte, e ancora di più, tremano le pareti e ti sanguinano le orecchie, te ne rendi conto?, il piombo è nel tuo corpo, le palpebre si chiudono, provi ancora a riaprirle, e in un attimo, sullo spegnersi strozzato dell’ultima nota, nell’istante più breve della tua vita, a me, cui ormai appartieni, lo confessi.

Non sei più sordo.


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permalink | inviato da tommasomatano il 5/10/2010 alle 22:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
25 giugno 2010
Dopo Auschwitz
 




“Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”

Theodor W. Adorno

 

Dov’eri?

Ti ho cercato nei giorni che non passavano mai. Ti ho cercato nell’alito del vento, e nella terra, spezzandomi le unghie a scavare. Ho cercato il tuo riflesso negli occhi dei compagni, nel rombo degli aerei, nelle gocce di pioggia, in un raggio di sole. Ho ascoltato i passi sperando di sentirti. Ho vissuto la morte, capisci, vivere la morte, io l’ho fatto, e intanto aspettavo di trovarti, prima o poi, mi dicevo, ce l’avrei fatta. Ma intanto c’era solo tanfo di corpi. Ti ho cercato negli accenti indecisi, nelle incrinature della catena di montaggio che ci uccideva, nelle sopracciglia inarcate, ti ho cercato nei volti dei soldati, nelle loro guance imberbi, in quegli occhi terrificanti terrorizzati, ti ho cercato nella logica banale di questo male. Ti ho cercato nelle mani strette in solidarietà. Ti ho cercato negli abbracci, nel calore di una coperta, nella dis-umanità che ti è propria. Ho pensato di vederti ogni giorno che potevo chiudere gli occhi e per un’ora di sonno dimenticare il mondo, e invece gli incubi mi tormentavano. Ti ho cercato tra le donne, e tra i bambini, ho aspettato di vederli sorridere per illudermi che ci fossi ancora. Non è mai successo.

Dov’eri?

Ti ho aspettato contando gli attimi. Istante dopo istante, lacrima su lacrima. Ti ho cercato negli antri più profondi dell’animo umano, e mi sono domandato come avresti fatto a riparare tutto questo, a rimettere insieme i pezzi, a rimediare alla catastrofe. Mi sono chiesto quale fosse la tua responsabilità, e se per caso ti stessi disperando, onnipotente impotente. Ti ho cercato per poter tirare avanti, mentre tutti noi eravamo solo risorsa, fondo oscuro da impiegare a piacimento, eravamo noi il campo, capisci?, eravamo terra da arare e erbe da estirpare, e mi sono chiesto se avresti fatto qualcosa per restituirci la nostra esistenza. Ti ho cercato mentre cercavo i responsabili, la tecnica, un uomo, una nazione, il mondo.

Dov’eri?

Ti ho cercato nei crani rasati, nelle orbite infossate, nelle mani ossa, nei piedi gelati, negli uomini oggetto, ti ho cercato nei cumuli di cadaveri, nell’odore del gas, ti ho cercato nei forni, nelle baionette, nelle bombe, ti ho cercato ogni secondo per un tempo indefinibile, tormentandomi perché non c’eri, e perché sapevo che nulla avrebbe mai suturato questa ferita, nessuna memoria, nessuna ammenda, nessun futuro. Ti ho cercato perché fermassi il tempo, e cancellassi la storia, ti ho cercato perché risvegliassi l’Uomo dal sonno oscuro di una ragione preda di se stessa, ti ho cercato nei morti, nella precisione aritmetica della soluzione finale, ho riflettuto sul linguaggio, che masticava e digeriva l’orrore senza accorgersene, ti ho cercato nel sangue, ma poi hanno smesso di sparare, e allora ti ho cercato nel fiato mortifero delle docce, ti ho cercato quando cercavo il riscatto, o la redenzione, ti ho cercato come si cerca la luce quando è talmente buio che non si vede neanche dove si mettono i piedi, e intanto non c’eri, e tra i piedi c’erano solo altri cadaveri, ti ho cercato tra i popoli, e non ti ho trovato mai, nemmeno quando sono venuti a liberarci. Ti ho cercato all’alba del giorno dopo, quando i cancelli erano aperti. Ti ho cercato nella gioia di quella catarsi e ho trovato solo umani disgustati e inumani incapaci di capire che era tutto finito.

Perché non era finito. Non può finire mai.

Dov’eri?

Ti ho cercato mentre cercavo una spiegazione, mentre riflettevo sulla spietata umanità che era propria di quell’inferno, perché gli animali non uccidono così, non conoscono lo sterminio, ti ho cercato anni dopo, dietro le interpretazioni di quella storia, ti rendi conto?, ti ho chiamato mentre qualcuno si appellava all’Illuminismo, mentre si colpevolizzava il taylorismo, o l’essenza della tecnica, ti ho cercato nel nostro Stato, in un tramonto, nelle ali di una farfalla, nel pianto di un bambino, nei primi passi dei miei nipoti, DIOMIO ti ho cercato ma non c’eri, c’era solo quell’orrore fatto immagine, fissato in ricordo, che mi impediva di sentirmi vivo, di capire che avevo ancora i denti, e potevo essere, capisci il diritto basilare che ho dimenticato di poter esercitare?, ti ho cercato sempre e ovunque, dopo quei giorni immondi in cui non c’era dio, uomo o animale che potesse accettare ciò che stava succedendo, ti ho cercato nella bomba atomica, nell’equazione stupefacente tra potenza e pericolo, ti ho cercato nel profondo di me stesso, nei battiti del cuore, nel cielo stellato sopra di me, e solo dopo, mentre non potevo far altro che ripensare a quei giorni, perché non c’era gesto o istante che non mi ricordasse l’inutilità di ciò che accade in confronto a ciò che è accaduto, allora ho capito che eri fuggito.

 

Scrivere una poesia dopo Auschwitz

è un atto di barbarie.

 

L’ unica eccezione,

è il dovere di testimoniare.





permalink | inviato da matanobros il 25/6/2010 alle 18:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
3 marzo 2010
Homo homini lupus
 
                                   


 

Ci sono giorni enormi in cui l’uomo siede da solo, al buio, lontano dal riflesso del sole, distante da se stesso. Sono cose, queste, che si fanno la sera, quando l’aria odora di cenere e di energie svanite, ricordi sbiaditi di umanità. La natura lo sovrasta e lo circonda, abbraccia e stritola, la natura pletorica che non ha qualificazioni, e l’uomo la sera è imbarazzato, perché non sa come chiamarla. Cerca un aggettivo per descriverla e non trova che pugni di polvere. Non può, con le parole, delineare ciò che non conosce parole. Cerca ogni sera, nella natura, l’innocenza, la spontaneità, la ferocia, o almeno l’armonia. E invece resta sconfitto, milite armato di pistole scariche, perché i nomi con cui l’uomo descrive le cose non esistono, nella natura, perché la natura conosce solo se stessa, e in quel suo essere solo natura c’è tutto, tutte le parole che si possono immaginare, perfino, l’uomo lo sa, la metafisica. I lupi aspettano di fuori, lontano dal fuoco. Le fiamme disegnano la paura e la frustrazione nei loro occhi, sapore di retine in attesa. I lupi attendono, muovendosi col pelo nell’aria, camminano cercando il coraggio. L’uomo intanto si fissa le mani. Il suo premio è lì, tra quelle dita. La sua unica dignità. La notte si veste di vento, tra capriate nere e capitelli di stelle, e l’uomo chiude gli occhi, immaginando il sonno. Il branco è fuori, si aggira stancamente, intorno alla grotta, mentre il crepitare del legno dentro l’antro li tiene lontani, materia in fuga che fuga altra materia. Quando la luna si alza nel cielo le rughe dell’uomo si muovono come a disgusto. I lupi di fuori suonano i loro violini, lingue archetti su palati corde. Cantano, fissando la circolarità argentina di quella macchia di finitezza sulla tela dell’innumerevole. E’ uno scontro lento, una violenza silenziosa, un duello tra spade di vetro. Se l’uomo sopravvive alla notte, il giorno potrà segnare il territorio, vergare con l’inchiostro l’orbita della cultura, delimitare le possibilità, scrivere libri.

La caverna è teatro di ombre nere. I lupi fuori gridano, l’uomo chiude gli occhi, stringe i pugni, si tocca la barba, lunghissima, si muove nell’ammasso di paglia, afferra la paura e la fa sua, sente la notte entrargli in corpo. Intanto il freddo si dispiega a martellare le ossa. C’è spazio per le lacrime, ancora, solo un respiro, poi le lacrime, natura generosa, l’uomo si lascia circuire e si abbandona al pianto, natura maledetta. I lupi non temono il fuoco. I fulmini, non il fuoco. Scoprono i denti, come in preghiera. Il sangue è la loro religione. La carne.

L’antro è piccolo, c’entra solo un’ultima verità.

L’uomo si alza in piedi, soffocato dai lupi, guarda fuori, cavalca il mondo con lo sguardo, come filastrocca bambina che parla di morte, e si lascia cadere in terra. Ci sono terre senza orme, nel mondo che fu. Sono terre vergini, in ascolto dei passi. Ci sono terre lavate col sudore. Quelle terre verranno, il sudore sarà ciò che in principio era il sangue, acqua santa in battesimo.

L’uomo guarda i lupi negli occhi. Stanno in piedi, davanti a lui. Sollevano le braccia, in pugno stringono pietre. Le abbassano sulla sua testa con la pazienza e la forza con cui lavoreranno i campi. Ora la caccia, poi la coltura. Poi la cultura. L’uomo è sperone di roccia, sasso colpito da sassi. Osserva solo le mani, quelle loro mani umane ferine, tutti contro tutti, perché l’ultimo istante che entra ancora nello spazio minimo della caverna è l’attimo in cui il vecchio lupo, stanco, crolla, e gli altri uomini si lanciano gli uni contro gli altri, a massacrarsi.

Ci sono mani ruvide, squadrate, mani martello di caccia e presente.

Ce ne sono altre agili, ugualmente forti, mani libro che sfogliano pagine.

Di quelle mani, quando si stringono a siglare un patto, è il futuro.



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permalink | inviato da matanobros il 3/3/2010 alle 15:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
31 gennaio 2010
Per sempre



Cerco un nome per descrivere il mio stato, un nome per ancorarmi alle parole e non andare alla deriva, un nome per essere, un segno come definizione, cerco e trovo solo freddo.

Freddo è il nome,  non come quello che dà i brividi, non mera epifania, ma essenza di freddo, questa di cui parlo, questo freddo glaciale che sento, è ghiaccio preistorico, che sconfina l’esistenza materiale delle cose, è un freddo imperituro, totipotente. L’eterno, forse.

Freddo bianco, qui.

E vedo, sì vedo, col dietro del cervello, paradosso stupendo, retine capovolte, nervi incrociati, mistero arcano della complessità microscopica, biologia criptica del pensare, vedo con la nuca e sorrido con gli occhi, ascolto con la bocca, sia sinestesia lo stare al mondo, e parlo con il cuore.

Vedo, accendo la centrale elettrica più grande del mondo neuroni assoni dendriti bottoni sinaptici, e vedo diomio, gli occhi chiusi e vedo

Ho tre anni quando mi regalano un triciclo rosso fiammante e gli altri bambini invidiano l’oggetto, vorrebbero toccarlo ma in questa esclusività concessami sta il costiutuirsi fondante della mia personalità, unicità è il distaccarsi dagli altri bambini, correre lontano, i piedi sui pedali, mia nonna che ride nel piccolo giardino, fiori gialli sugli alberi, è Maggio e una torta al cioccolato resta semimangiata su un tavolo, tovaglie di plastica bicchieri rossi profumi che non sento perché vedo e ascolto, soffuse, le voci, risate ed insetti che ballano e vedo

Un pianoforte sconfinato le dita sudate a sfiorarlo, persone contrite nella forma si reggono, le spalle dritte, su sedie riunite in una grande sala, sto suonando e lo spartito mi è davanti immobile, devo farlo danzare, trasformare il significante in significato, rendere il pentagramma suono, disarcionarlo dalla sua inutile fissità, lanciarlo nel vibrare delle corde, con disciplina, con la disciplina che hanno le corde, comunicare l’indefinito, pronunciare il segnacolo, tradurre la scintilla in fuoco del ritmo, ma con tranquillità, è solo un saggio di pianoforte, la famiglia è riunita intorno a me, accanto allo sgabello c’è un signore con i capelli lunghi, ingrigiti dalla stanchezza, è il mio maestro, ed io suono e vedo

La tensione nella mia voce è un fatto innegabile, ma la domanda che mi è richiesta non conosce risposta, non nell’archivio gnosico che ho a disposizione, mi guardo intorno cercando un suggerimento, ma il volto del professore è talmente duro da impedirmi di voltare lo sguardo, e decido di votarmi al silenzio, perché anche l’ignoranza conosce la sua dignità ma vedo

Quando provo ad aprire le labbra maledettamente secche e Marta  spalanca le sue con una falsa esperienza, le arranco dietro, avverto l’umidità ma non so come muovermi, non c’è ritmo in questo, non c’è un equilibrio, ed io odio l’indeterminatezza caotica delle traiettorie che non conoscono destinazioni, eppure amo questo incontro di intimità, anche se mi sento e so di essere un idiota, lei fa serpeggiare la sua lingua intorno alla mia, io apro gli occhi e li chiudo, nel buio del cinema, non vedo e non capisco e dimentico per un momento i pensieri, solo l’emisfero sinistro prova a descrivere urlando, euforico, quello che sta succedendo, ma il destro non lo segue, sfasciando ogni tentativo di mettere ordine, perché all’improvviso odio l’ordine, ed il mio pianoforte, e il compito in classe di domani, e penso solo al sapore di gomma da masticare che Marta disvela schiudendo la sua bocca nella mia, e io ora posso intuirne il palato, le irregolarità accennate dei denti, le nostre salive che imparano ad intersecarsi e a tessere un’intesa, e non posso non chiedermi se il mio fiato odora di popcorn e se forse sto sbavando un po’ troppo, conosco la puzza della ptialina, ricordo il mio compagno di banco che sbavava in classe alle elementari, l’odore flatulento che si portava dietro, povero cristo e vedo

Il pugno mi raggiunge dritto sotto lo zigomo destro, ma è tirato male, da mani bambine che si pretendono adulte, il dolore lo sento ma è dolore giovane, vivo, di superficie, dolore che scotta, non ghiaccia, e Francesco mi sta davanti con le nocche insanguinate e sputacchia vomitando parole, ma io non potevo sapere che a lui piaceva Marta, io non potevo ma se anche avessi potuto non avrei voluto, perché lei ed io adesso ci scriviamo messaggi e usciamo ogni tanto, anche, e parlare con lei vuol dire dimenticare il mondo, o semplicemente farlo girare con la giusta lentezza, e vedo

Il fumo levarsi in cerchi concentrici mentre lo esalo fuori con la bocca e sorrido, la mente leggera e vedo

Francesco che guida il motorino mentre piove a dirotto, velocissimo, e non possiamo far altro che ridere perché il tempo e lo spazio sono tappeti sconfinati stesi sotto i nostri piedi, dobbiamo solo percorrerli e vedo

Occhi che si chiudono, sudore leggero, mani e corpi gridano insieme e vedo

Il mare maestoso che rispetto, il mare che canto quando voglio sentire solo il frusciare dei pensieri, e vedo

Sempre più dettagli, particolari e velocissimi, inafferrabili, attimi bianchi, cristo, bianchissimi, quasi accecanti, ma non ancora, non abbastanza diomio, sento il freddo crescere grandissimo e forse realizzo ma ancora vedo

I viaggi e vedo

Il giorno del mio esame, le ascelle sudate, la commissione riunita, gli amici che ridono dietro, sereni, loro, ed io come sincopato, in ritardo rispetto al tempo che gira, vedo

Mio padre sorridente e un mazzo di chiavi in mano, lo vedo indicare verso un’auto poco distante, giusto sotto il nostro appartamento, e non posso credere che quella sia, non posso credere ma quella è, dannazione, e adoro cambiare il modo del verbo, perché giocare col verbo essere vuol dire delineare un’ontologia, e io ho, cazzo, ho una macchina, e non devo far altro che andare a prendere Sabina a casa e correre a Ostia a goderci una giornata di sole, e vedo

Mia madre sorridere e vedo

La macchina accendersi, i giri girare, il finestrino abbassarsi, Sabina, il vento, in faccia, stupendo, liberatorio, la radio che urla e vedo

I piedi nella sabbia e intanto il cielo si fa bianco e vedo

La mia ragazza sorridere, il tabacco crepitare tra l’indice ed il medio della sua mano che sembra leggera come il fumo che la avvolge, e vedo

Il futuro, diomio, lo vedo ma non lo conosco eppure è quel mare che incontra la sabbia nell’amplesso lentissimo delle onde, e quella ragazza che mi è accanto, e quel libro e la mia macchina nel parcheggio qui fuori e questo è il futuro, io lo vedo, non posso fuggirlo, non posso fingere che non lo sia, e vedo

I fari che disegnano coni di luce nel buio e vedo

Sabina che mi dà un bacio e mi ringrazia e corre verso il portone, con le sue gambe disegnate con cura e il suo fondoschiena sodo, l’epidermide scurita dalla melanina, quella sua bellezza genuina e veritiera, la vedo sparire col suo profumo d’estate dietro il suo portone e vedo

La mano mettere la prima mentre il piede preme sulla frizione, gli occhi che si spostano verso lo specchietto retrovisore e vedo

Le dita che mettono la freccia, la cura nell’automatismo che ancora non è diventato tale, e vedo

La strada stendersi davanti a me, il piede che preme sull’acceleratore, adagio, e ricordo di un’infanzia passata a scrivere acceleratore con due l, e ricordo anche l’esame sostenuto pochi giorni prima, e la leggerezza dell’essere su una macchina, tornando a casa dopo una giornata al mare, e vedo

Qualcosa di strano, nel buio di Roma che dorme, vedo

Con la coda dell’occhio un movimento brusco, a sinistra, e due fari giganteschi e vedo

Il semaforo, il mio semaforo che è verde, e per strada non c’è nessuno ma vedo, diosanto, vedo io vedo quell’ammasso di metallo, lo vedo e non posso non posso non posso ma vedo

Il suono della vita che si schiaccia, io vedo

Il mondo di fuori, che rotea, stupendo, e vedo

Che tutto ciò che ho visto era contornato da una luce bianca, che ora diventa bianchissima, e il freddo è qui, ora, non è nel ricordo, vedo l’asfalto, lo vedo urlare disgustato e vedo

Una vita vissuta nell’eterno presente di chi non sa di conoscere il passato e lo scopre tardi, dopo aver vissuto solo di futuro, e vedo

Una luce blu che lampeggia e vedo il presente di quest’attimo senza tempo, e vedo il paradosso che accompagna l’esistere stesso dell’istante, l’impossibilità di impadronirsene, di definirlo, lo vedo, e non posso dirne il nome, perché l’unico nome che conosco è freddo bianco, qui, ora, nell’ora eterna che è in questo svanire con grazia, vedo e non posso dire cosa vedo ma mi pervade, e sorrido.

 

Per sempre.


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permalink | inviato da matanobros il 31/1/2010 alle 20:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
2 gennaio 2010
Sofia



                





Sto per buttarmi di sotto.

 

Mi chiamo Sofia, e di saggio ho solo il nome.

I miei genitori sono stati indecisi per sette mesi se chiamarmi così oppure Irene, ma devono aver pensato che una bambina di nome pace avesse una sorta di menomazione della vivacità, un’ indecisione nei confronti della vita, come se la vita fosse più un’esperienza di guerra, che di quiete.

Negli anni ho imparato che avevano ragione.

Ho diciassette anni, mia madre si guarda invecchiare e sbuffa, mio padre parla con se stesso e col suo lavoro. La televisione ronza, i suoi strepiti sono il sottofondo che accompagna le nostre cose.

Mi piace guardarmi allo specchio per ore, studiarmi i contorni, accarezzarli con lo sguardo, immaginarli sempre diversi. Ho i capelli biondi, lisci, li metto nella piastra, bruciano per diventare seta. Sento la musica nell’i-pod, gioco col computer, non riesco a concentrarmi, ho, nelle occhiaie, un’ombra. Peso trentotto chili.

Metto in fila i passi, davanti allo specchio, su scarpe altissime, fluttuo sopra la terra perché la gravità non mi richiama a sé. Sfioro, non premo. Il mio camminare è una danza sulla superficie. Il mio io e il mio corpo, la lacrima e il vomito, è una superficie, ma profondissima. Non trovo più spazio per il cuore delle cose, perché l’involucro che le avvolge è troppo spesso. Così, mi limito a tentare di disintegrare questa esteriorità, per scoprire il nocciolo della realtà. Ma non esiste. Il mio cuore è ossa, il resto è accessorio. Elimino la carne. Talvolta prendo anfetamine, per farlo.

Un giorno ne ingerisco un paio. Sono seduta alla mia scrivania, e dalla finestra filtra il calore del sole. Qui piove sempre, ma l’acqua non mi colpisce, mi scivola addosso, perché piove sulla terra, ma io non sono ancorata ad essa, sono nell’aria. Un giorno invece non piove, c’è il sole. Penso che vorrei chiamarmi Irene. La finestra è aperta, e fa caldo. Mi sfilo la maglietta. Chiudo gli occhi, assaporo la luce. Mi tolgo i pantaloni. Resto con le mutande e basta, il reggiseno non conta, non c’è seno. Fluttuo fino allo specchio. Il vetro mi restituisce un’immagine strana, indistinta, tento di decifrare la sagoma, ma la luce del sole è accecante. Non vedo chi mi guarda nello specchio, non lo capisco. Penso che vorrei solo perdere un altro chilo, uno solo, poi basta. Finalmente distinguo l’immagine che mi fissa. E’ la morte. Aggrotto la fronte, e lo fa anche lei. Resto nuda, ma non abbastanza. Vorrei essere ossa per colpire il mondo, vorrei essere albero per allignarmi nel profondo della terra, e non volare via, vorrei essere radici. L’immagine nello specchio mi si fa incontro, finchè non ne posso sentire il respiro pesante. Non sono spaventata, c’è troppa luce per avere paura. La morte è una ragazza, ora la vedo bene. Mi somiglia. Ride, mostrando i denti. Poi parla, chiede se voglio perdere un altro chilo. Annuisco, veloce. Uno solo, poi basta. Chiede se sono sicura. Le sorrido. Lei si avvicina alla mia scrivania, prende un taglierino. Lo uso per fare dei compiti, di solito. Sono incuriosita, non ho paura. Mi guarda con la lama in mano e dice che sono troppo scarnificata, non c’è altro modo per perdere quel peso. Le faccio segno di sì.

Porta le mani alla testa. Mi lega i capelli di seta in modo tale da tenerli in alto. Poi mette la lama sulla fronte, e inizia ad incidere. Io sono in piedi, lei mi gira intorno, è alta come me. Non sento dolore, vedo solo una goccia rossa cadere sul pavimento. Finalmente finisce di tagliare. Vedo che mette due mani sulla mia testa, e poi all’improvviso sento freddo. Mi scoperchia il cranio. Resto col cervello nudo, ma senza osservarlo, perché nello specchio c’è troppa luce. La ragazza lo prende, me lo toglie, e mi invita a soppesarlo. Afferro il mio cervello e ne avverto il peso. Lei dice che è un chilo esatto, forse anche qualcosa di più. La ringrazio. Lei si avvicina alla finestra aperta e lancia il cervello di sotto. Poi svanisce nella luce, eterea. Guardo lo specchio. Ci sono di nuovo io. Sorrido. Ora tutto è più facile, mi sento stranamente leggera. Vorrei parlare ma non posso, vorrei capire ma non posso, vorrei essere ma non posso. Realizzo solo una cosa, senza neanche bisogno di avere il cervello.

Sono sola.

 

Mi chiamo Sofia, parlo dal davanzale della mia finestra,

se il mondo ascolta ho una richiesta:

Aiuto.

 




permalink | inviato da matanobros il 2/1/2010 alle 21:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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